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È così che si fa: Lush Italia

Senza che si aprano crepe nell’intonaco per questo, oggi ho deciso di tralasciare i soliti translation fail e di produrmi in una cosa del tutto inconsueta per me: un encomio.

Nella categoria Localizzazione, oggi vorrei premiare Lush Italia. Ho scoperto il marchio inglese dopo che l’incantevole Miss K. mi ha consigliato lo shampoo Big, rendendosi così parzialmente responsabile della prima chioma semi-lunga di tutta la mia vita (i miei capelli sono caratterizzati da una lanosità che non esito a definire “medievale”, quindi qualsiasi tentativo di farli crescere era finora colato a picco alla prima apparizione di Robert Smith nello specchio). Read More

Dumb customers

Il traduttore: istruzioni per l’uso

Benché una grande fetta della mia vita lavorativa preveda contatti con agenzie di traduzione e project manager tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti, capita anche a clienti singoli di contattarmi per lavori estemporanei.

Agenzia di traduzione  Entità pagata dai traduttori affinché li sollevi da splendori e miserie dei rapporti diretti con i clienti.

Se il testo che avete bisogno di tradurre è al di sopra delle competenze di vostra cugina che una volta ha fatto l’Erasmus in Olanda (ovvero, se vi serve per farci cose importanti – magari lavorative – in cui le figure di merda non aiutano), un professionista è d’uopo. Prima di chiamare, però, sappiate che ci sono alcune cose che possono fluidificare incredibilmente l’esperienza. Read More

Regali per traduttori

Mancano 10 giorni al party per il compleanno di Gesù. Ci siete, sì?

So it begins

Se vi state chiedendo cosa regalare all’amico o parente traduttore ma non vi siete mai soffermati sulle cose che ama al di fuori del suo lavoro (o se non siete voi i distratti ma il traduttore in questione è più tipo da pigiama intero e pantofoloni a forma di Snoopy e a causa della vita sedentaria è ormai totalmente formattato, privo di hobby o interessi), questo post un po’ last minute viene in vostro soccorso. È tarato su traduttori che conoscono l’inglese, ma sono certa che potete trovare qualche alternativa per i colleghi con specialità più rare.

I doni sono raggruppati in base alla tipologia. Enjoy!

1) Ebook reader

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“Remote: Office Not Required” – Recensione

Da un paio di mesi con il caro D abbiamo lasciato il Molise, dove abbiamo vissuto negli ultimi quattro anni, per tornare a Roma, dove ora abitiamo il seminterrato sotto casa della mia famiglia allargata.1 Cambi di scena simili non hanno alcun impatto sul mio operato, poiché lavoro a casa. Questo significa che posso vivere ovunque esistano elettricità e Internet a banda larga – volendo, anche in un appartamento con vista sulla baia di Ha Long – a patto di avere chiaro che mentre mi trovo in Vietnam la maggior pare del mio lavoro avverrà tra le 15 e le 23, quando anche le mie controparti in Italia e nel Regno Unito ci danno dentro.

“Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del lavoro da remoto.”
– Semicit.

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  1. Resteremo nel seminterrato finché il caro D non si sia assestato nel suo nuovo universo lavorativo dilbertesco, o non l’abbia del tutto abbandonato, cancellando deliberatamente metà dei dati business-critical e pisciando nel server appena installato in un attacco di risa isteriche.

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Esiste una parola apposta

Si è parlato in lungo e in largo di parole intraducibili, un concetto bellissimo e terribile e che in ultima istanza è responsabile della maggior parte delle note del traduttore, e io non volevo essere da meno.

Le Intraducibili sono quelle parole straniere così super bellissime e uniche da lasciarti di fronte a due scelte possibili, mentre te ne stai lì col fiato mozzato a contemplarne la mirabile sintesi: (1) le rubi di sana pianta, (2) rinunci al corrispettivo sentimento.

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Le lingue umane sono ambigue.

Perché lui non mi capisce

Nell’ultima puntata vi siete beccati un po’ di cenni storici sulla traduzione automatica. Poi sono andata in ferie e ho fatto degli esami e solo oggi mi trovo di nuovo al cospetto di un file in post-editing, stavolta per un produttore leader nel settore dell’editing fotografico che non sto qui a nominarvi perché sono super discreta e tanto l’avete capito chi è. Ecco dunque che vi toccano altri pensierini sull’argomento.
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Ottusità artificiale

Sono necessarie 20 lingue per raggiungere l’80% degli utenti online.

E, malgrado la meraviglioseria di app super smart come Word Lens, noi traduttori non abbiamo i giorni contati. Se ci immaginavate tra le fila dei mestieri tecnologicamente superati – l’equivalente odierno di un maniscalco o un carbonaio – ripensateci. Perché?

La risposta in pillole è: la traduzione fatta da una macchina, senza alcun tipo di input umano e che eguagli in qualità il lavoro di un traduttore in carne e ossa – e se possibile anche bravo – (ovvero ciò che i traduttori chiamano “qualità pubblicabile”) è allo stato attuale materiale da fantascienza, un po’ come il teletrasporto. Il che non significa molto: magari un giorno si farà. Ma non è come insegnare a un computer a giocare a scacchi.

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Rumore bianco: i nomi geografici

Emergo giusto un secondo dalla frenesia accademica[1. E da quattro stagioni consecutive di Downton Abbey, altissime nelle priorità.] per parlare di toponomastica, quella roba che non si sa se cercare sotto cartografia o linguistica e che riguarda i nomi di luogo.

Piccolo ma importante disclaimer: quando racconto al caro D – o ad altre persone che in fondo mi vogliono bene – storie interessantissime come questa, lui generalmente mi fissa in volto con sguardo disorientato, come se producessi rumore bianco. Questo post probabilmente subirebbe la stessa sorte. Siete stati dunque avvisati.

Nasce tutto da un tweet di più di un mese fa (lo so, ho i miei tempi) che ha dato i natali a una piccola disputa online e offline:

I partecipanti alla discussione si sono disposti lungo due schieramenti: da un lato i cruscanti, puristi della lingua, che denunciavano l’inettitudine e la svogliatezza dei giornalisti, dall’altro i sostenitori del compromesso, secondo cui la tendenza alla traduzione è espressione di un’autarchia arcaicizzante alla MinCulPop, e i cui esponenti – se lasciati a se stessi – avrebbero tentato di riportare tra noi storture e abomini come la traduzione dei nomi propri (attualizzando i parti mentali che ci avevano regalato i grandi classici Guglielmo Crollalanza e Ruggero Bacone e portandoli nel 2014 con fioriture del calibro di Michele Calzolaio e Ginevra Lorenzi). C’era anche un troll, a difesa del sacro diritto di ogni giornalista di fottersene della lingua in cui si esprime e che usava come argomentazione la sterilità della forma rispetto alla fecondità del contenuto. E risuona il mio barbarico YAWN sopra i tetti del mondo. Read More