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Esiste una parola apposta

Si è parlato in lungo e in largo di parole intraducibili, un concetto bellissimo e terribile e che in ultima istanza è responsabile della maggior parte delle note del traduttore, e io non volevo essere da meno.

Le Intraducibili sono quelle parole straniere così super bellissime e uniche da lasciarti di fronte a due scelte possibili, mentre te ne stai lì col fiato mozzato a contemplarne la mirabile sintesi: (1) le rubi di sana pianta, (2) rinunci al corrispettivo sentimento.

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Le lingue umane sono ambigue.

Perché lui non mi capisce

Nell’ultima puntata vi siete beccati un po’ di cenni storici sulla traduzione automatica. Poi sono andata in ferie e ho fatto degli esami e solo oggi mi trovo di nuovo al cospetto di un file in post-editing, stavolta per un produttore leader nel settore dell’editing fotografico che non sto qui a nominarvi perché sono super discreta e tanto l’avete capito chi è. Ecco dunque che vi toccano altri pensierini sull’argomento.
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Ottusità artificiale

Sono necessarie 20 lingue per raggiungere l’80% degli utenti online.

E, malgrado la meraviglioseria di app super smart come Word Lens, noi traduttori non abbiamo i giorni contati. Se ci immaginavate tra le fila dei mestieri tecnologicamente superati – l’equivalente odierno di un maniscalco o un carbonaio – ripensateci. Perché?

La risposta in pillole è: la traduzione fatta da una macchina, senza alcun tipo di input umano e che eguagli in qualità il lavoro di un traduttore in carne e ossa – e se possibile anche bravo – (ovvero ciò che i traduttori chiamano “qualità pubblicabile”) è allo stato attuale materiale da fantascienza, un po’ come il teletrasporto. Il che non significa molto: magari un giorno si farà. Ma non è come insegnare a un computer a giocare a scacchi.

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Rumore bianco: i nomi geografici

Emergo giusto un secondo dalla frenesia accademica1 per parlare di toponomastica, quella roba che non si sa se cercare sotto cartografia o linguistica e che riguarda i nomi di luogo.

Piccolo ma importante disclaimer: quando racconto al caro D – o ad altre persone che in fondo mi vogliono bene – storie interessantissime come questa, lui generalmente mi fissa in volto con sguardo disorientato, come se producessi rumore bianco. Questo post probabilmente subirebbe la stessa sorte. Siete stati dunque avvisati.

Nasce tutto da un tweet di più di un mese fa (lo so, ho i miei tempi) che ha dato i natali a una piccola disputa online e offline:

I partecipanti alla discussione si sono disposti lungo due schieramenti: da un lato i cruscanti, puristi della lingua, che denunciavano l’inettitudine e la svogliatezza dei giornalisti, dall’altro i sostenitori del compromesso, secondo cui la tendenza alla traduzione è espressione di un’autarchia arcaicizzante alla MinCulPop, e i cui esponenti – se lasciati a se stessi – avrebbero tentato di riportare tra noi storture e abomini come la traduzione dei nomi propri (attualizzando i parti mentali che ci avevano regalato i grandi classici Guglielmo Crollalanza e Ruggero Bacone e portandoli nel 2014 con fioriture del calibro di Michele Calzolaio e Ginevra Lorenzi). C’era anche un troll, a difesa del sacro diritto di ogni giornalista di fottersene della lingua in cui si esprime e che usava come argomentazione la sterilità della forma rispetto alla fecondità del contenuto. E risuona il mio barbarico YAWN sopra i tetti del mondo. Read More

  1. E da quattro stagioni consecutive di Downton Abbey, altissime nelle priorità.
“How long have you been self-employed?”

Lavorare da casa: e infine

lavorare [la-vo-rà-re]

 • v.intr. (aus. avere) 

1 Sgobbare, darci dentro, rimboccarsi le maniche.

Il mondo di persone là fuori che “si dà da fare”, che esce al mattino alle 7.30 – anche se non è ancora sorto il sole – e torna a casa alle 6, dopo un’ora e mezza di treno o autostrada o di code a semafori verdi, può avere difficoltà a comprendere che un’occupazione – dal loro punto di vista – a metà strada tra il cazzeggio ameno e l’abulia possa essere in effetti un lavoro. E questo è un problema.

Le stesse persone, a volte, non riescono proprio a ingoiare il fatto che alcune robe possano richiedere ore di concentrazione ininterrotta. E questo è un problema ancora più grosso.

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Interno con staffordshire terrier

Lavorare da casa: lo spazio e gli strumenti

A me piace lo stile scandinavo, a Maurizio l’ufficio ultramoderno, Christina lavora solo in giardino, Francesca si esalta con le superfici in metallo. Di gusti e bacheche di Pinterest dedicate agli uffici domestici ne trovate quanti volete (qui la mia). Desidero solo rammentarvi che le riviste di design e gli arredatori di interni non staranno con le chiappe inchiodate a quella sedia in acciaio spazzolato per 50 ore settimanali, ci starete voi. Read More

Perché non riesco a lavorare al lavoro

Oggi dovevo pubblicare un’altra puntata di Come lavorare da casa senza perdere l’anima, ma mi sono distratta a lavorare e la golden hour era bella che andata. Ma vi affido nelle capaci mani di Jason Fried che mi ricorda uno dei tanti motivi per cui mi ritrovo a lavorare a 8 metri dalla mia camera da letto.

La problematica oggi mi tocca solo a sponda: “Scusami, non ti ho risposto all’email perché avevo una riunione.” “Ho visto la tua chiamata ma ero dal capo, i tuoi file arrivano con un’oretta di ritardo, perdonami.” “Abbiamo trascorso 1 ora a parlare di non mi ricordo che.” “È stata presa la decisione fondamentale di XXX”, dove XXX = proposito che rivoluzionerà le sorti dell’azienda e che dimenticheremo tutti tra 2 ore e 40 minuti. Naturalmente, ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Vogue wears Prada

Fratello correttore di bozze, dove sei: Vogue Italia

E dai, Vogue, su! Uno prova a non ragionare per stereotipi ma così è tutto più difficile!

Ma parliamo un po’ delle Vladine medie. Bisogna sapere che, benché spesso usino la scusa della qualità delle fotografie come motivo per l’acquisto di riviste di moda, anche le Vladine freelance più povere e abbrutite ogni tanto vogliono arrostire la propria libido e fantasticare. In fondo, si tratta comunque di donzelle che – seppur non potendo permettersi il tacco 10 di Christian Louboutin dato che sono alte come l’uomo italiano medio – concepiscono il mondo a botte di makeover da commedia romantica, e quel tipo di fantasticheria lì (che proviene dritta dritta dal makeover per eccellenza, ovvero quello operato su Cenerentola dalla fata madrina) non lo scardini nemmeno con un piede di porco. È inutile: non c’è fede politica, studio universitario o sistema razionale che tengano, contro la zucca, la scarpetta e la fata madrina. Read More

Sensibilità

Lavorare da casa: il lato oscuro

La settimana scorsa abbiamo mosso i primi passi nel favoloso mondo del lavoro da casa. Tutto bello, tutto profumato, tutti contenti. Ma c’è un ma, mio caro Frodo.

Come ogni mitica città d’oro che si rispetti, la strada per El Dorado è lastricata di oscuri pericoli. Innanzitutto, l’isolamento esalta le stranezze e se non metti dei paletti corri il rischio di trasformarti inavvertitamente in un personaggio dickensiano, di quelli che si circondano di gatti e smettono di uscire di casa e che a un certo punto vengono interpretati da Helena Bonham-Carter. È un attimo.

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