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Terapia di recupero per fondamentalisti grammaticali

[Per questo post, dato che non sono una linguista, ho chiesto il prezioso aiuto del mio amico Jadran, che ringrazio di cuore.]

Nella mia cerchia sociale e social sono diventata un po’ la persona cui mandare cose del genere:

Presumo sia perché manifesto frequentemente il mio sdegno nei confronti dello svilimento della mia professione, chissà. Tuttavia, mi preme sottolineare che non mi sono mai considerata un’estremista grammaticale. Intanto, perché ogni estremismo è stupido, da una parte e dall’altra – infatti, è da bovini anche bollare di fascismo ogni politica linguistica a prescindere. Ma dato che al momento la bilancia pende decisamente dalla parte dei saccentoni, dei forcaioli del purismo linguistico, è di loro che parlerà questo post. Intanto, chi sono:

Dicesi giustizialista grammaticale chi sente una pulsione feticista a correggere costantemente il prossimo, anche in contesti informali. È un ossessivo-compulsivo che usa questo meccanismo di affermazione di sé a scapito degli altri non per amore della lingua, ma come modo per proiettare altrove il suo disagio di vivere.

L’appellativo largamente condiviso sarebbe grammar nazi, ma io non lo trovo bello e non lo userò (sì, lo so, molte delle persone che esibiscono con orgoglio questa denominazione non si pongono il problema di paragonare sé stessi1 a un’armata delle tenebre che si è resa responsabile di genocidi e massacri, ma questo è il mio blog e faccio come mi pare).

COME NASCE UN FONDAMENTALISTA GRAMMATICALE

Vi ho fatto uno schemino di cui vado immensamente orgogliosa. I punti sono illustrati in dettaglio più in basso.

Grafico sul fondamentalismo grammaticale

Fig. 1 – Il fondamentalismo grammaticale

A. Un iniziale investimento in termini di tempo porta a un ingiustificato senso di superiorità morale nei confronti del resto dell’umanità.
B. Dopo una fase di CRONICIZZAZIONE che ha visto l’adozione progressiva di mezze verità (es. sé stessi, curricula) e la CRIMINALIZZAZIONE SISTEMATICA di questioni di stile (a me mi), eccoci arrivati alla pedanteria a pieno titolo. Il TALEBANO GRAMMATICALE crea gruppi di Facebook contro la scomparsa del congiuntivo negli sms e imposta widget per ricevere notifiche da Twitter ogniqualvolta qualcuno pubblichi un tweet contenente la parola apposto,2 da retwittare puntualmente alla sua setta di fanatici.
C. Qualche anima pia nella cerchia sociale del nostro, in seguito a frattura scomposta ai testicoli dopo l’ennesima malignità, gli regala un libro di linguistica. Ad esempio, Prima lezione sul linguaggio di Tullio De Mauro. Inizia il processo di recupero.
D. Scoperta di una mirabile struttura finora insospettata. Il vocabolario si arricchisce di termini come convenzioni condivise, sintassi, economia linguistica, registro e così via. Si riduce via via l’uso del termine grammatica.
E. Il nirvana. Come il Dalai Lama, ci si crogiola nella calma saggezza che ti reinserisce nell’equilibrio del creato. Salvo quando ti ingaggiano per fare il correttore di bozze, o ti capita di sbirciare cose come questa:

“Quanto costa tradurre il menu? CINQUANTA EURO? Me lo traduco da solo, grazie!”

QUESTIONE DI CONTESTO

Le conoscenze sarebbero un diritto, ma in questi tempi difficili somigliano sempre più a un privilegio. Forse ci accorgiamo solo da poco di quanto fallimentari siano le istituzioni dedite all’istruzione, abbandonando strati interi della popolazione al di là di un’importante serie di traguardi, nel limbo di chi non arriva mai a usare in maniera soddisfacente gli strumenti che ci si sforza di trasmettere a tutti indistintamente.

Personalmente, mi permetto di sfottere soltanto chi viene pagato per parlare o per scrivere – un giornalista, un prete, un politico, un traduttore – e lo fa francamente a cazzo di cane. I virgolettati di Di Maio – risate assicurate! Mentre i file che rivedo di miei colleghi in cui “the cost of gas” è tradotto come “il costo del gas” mi causano invece attacchi d’ittero (ed eventualmente post acrimoniosi).

Nei contesti più orali e meno sorvegliati, che non siano legati alle istituzioni pubbliche, al giornalismo, alla scuola, alla manifestazione di doti oratorie – come le chat, i social, gli sms – mi sento più che pronta a tollerare la negligenza e anzi: mi capita perfino di non usare la punteggiatura. Scrivo velocemente, senza badare a congiuntivi o maiuscole, a volte salto gli apostrofi. Per me la chat è l’equivalente del parlato, e nel parlato informale evito gli eccessi di cura: il tempo è quello che è, e inoltre si crea una distanza tra il mio interlocutore e me che non sempre desidero si crei. Questo non significa che non conosca l’ortografia della parola comunque, siamo d’accordo?

Per questo quando vedo qualcuno, magari proveniente da un contesto impoverito, preso in giro perché usa una tantum a sproposito (che tra l’altro – pronto! – non è nemmeno italiano, è latino), mi si risveglia il marxista interno. Proprio come vedere qualcuno dileggiato da un bullo per i suoi abiti lisi.

No. Il vero partigiano della lingua non è chi prende di mira e deride un povero disgraziato, ma chi si sbatte per trasmettergli qualcosa. E i consigli arroganti e non richiesti non sono un modo particolarmente persuasivo di insegnare l’italiano.

Come nelle discussioni con chi crede nelle scie chimiche, la spocchia non porta da nessuna parte.

LA VERITÀ VI PREGO SULLA GRAMMATICA

Qui tocchiamo un argomento spinoso: la maggior parte dei parlanti, quando usa la parola grammatica, non si riferisce in realtà all’insieme delle regole di formazione e interazione delle parole nelle frasi in italiano ma parla di ortografia, stile e uso (inducendo i linguisti a desiderare di stracciarsi le vesti e correre gridando nei boschi).

Esiste più di una grammatica. La prima, e più importante, è la struttura nascosta della lingua di una comunità, acquisita in maniera inconsapevole dai parlanti nativi quando intorno ai due anni imparano a parlare (mio fratello quando portava ancora i pannolini per i plurali femminili usava due e per quelli maschili dui – eccovi la grammatica all’opera). Ogni singolo parlante la impara in forma individuale e da quel momento in poi la struttura inizia ad agire mentalmente nella formazione delle frasi.

La seconda grammatica – derivata dalla prima – è la grammatica teorica, quella studiata a scuola, elaborata al fine di dar conto del funzionamento e del cambiamento della grammatica primaria, e per questa sua natura sempre inadeguata rispetto alla realtà linguistica.

Ma visto che ai linguisti veri (almeno quelli generativi e post-generativi) sarà partito un embolo a leggere quello che ho scritto, aggiungo che in realtà bisognerebbe parlare di competenza linguistica e di studio della performance linguistica (da cui le convenzioni e, all’estremo, la grammatica prescrittiva).

GLI “ERRORI” CHE FANNO TUTTI

Posto che qualunque lingua – inclusi il dialetto veneto e il napoletano – è sostenuta da una grammatica inconscia, cos’è l'”errore”?

Brevi elementi di sociolinguistica: si tende a considerare corretto il modo in cui parlano i ceti dominanti e i parlanti e scriventi colti;3 scorretti saranno dunque gli usi delle classi subalterne. Sappiate, però, che le forme popolari della lingua non sono approssimazioni degradate o errate di uno standard ideale: hanno precise regole interne. La scelta di una o di un’altra come standard è dettata unicamente da vicende storiche del tutto esterne alle considerazioni linguistiche. Insomma, poteva anche andare diversamente. Soprattutto, le forme popolari sono quelle che a lungo andare dettano legge. Il latino volgare ha vinto sul latino colto, per quanto i maestri si sbattessero a ripetere agli scolari che “si dice calida e non calda“. Insomma, ciò che per molti è un errore non è altro che un’innovazione.

Qui approdiamo a un altro sottogenere di battaglie, la questione del mutamento linguistico, un argomento mastodontico che tocco solo di lato per non uscire troppo dal tema. La lingua, in quanto strumento che si può piegare a varie funzioni, deve necessariamente adattarsi alla realtà. Il mutamento, dunque, risponde ai bisogni dei parlanti e discende dal principio dell’economia linguistica (la legge del minimo sforzo è quella cosa per cui e-mail ha vinto e posta elettronica ha perso).

Sebbene il mutamento linguistico, anche quando ricorre a strumenti propri della lingua (vedi la triste vicenda di petaloso, in cui la semplice spiegazione di come nascano le parole ha fatto ricomparire d’improvviso le crociate),4 sia combattuto a spada tratta, con episodi che ricordano le denunce ai nemici del comunismo o la caccia alle streghe, la battaglia più aspra, qui, si combatte sul fronte dei prestiti da altre lingue. A mio avviso, il prestito è perfettamente ammissibile e condivisibile quando un equivalente italiano non esiste (vedi kamikaze o macho). La lingua si arricchisce di nuovi termini e diventa più espressiva e variegata – il longobardo, ad esempio, ha regalato all’italiano le parole guerra e schiena, l’arabo gli ha dato ammiraglio e magazzino, e nessuno è morto per questo. (L’abuso di forestierismi è però meno giustificato nel caso di aperitivo fashion e Jobs Act.)

Eppure, molte persone poco avvezze a questi meccanismi di evoluzione vivono la cosa come una minaccia o una perdita. Sono quelli che firmano appelli su Change.org per “salvare la lingua”. Non è tanto chiaro quale fase dell’italiano vorrebbero conservare nei secoli dei secoli: ma se le regole avessero una validità universale parleremmo tutti ancora latino, no?

Comprendere che le regole sono convenzioni tacite, come le indicazioni stradali, valide solo in quanto rispettate da tutti, potrebbe aiutare a smettere di concepire il tutto come una guerra, con terreno da perdere o da guadagnare.

Tradizioni scolastiche e false regole che ci sentiamo ripetere da sempre – come “è sbagliato scrivere sé stessi o dire a me mi” – che dite, non sarà arrivato il momento di archiviarle? Nell’esempio, non è immediatamente evidente anche a voi che “se stessi” senza l’accento può generare ambiguità perché non è chiaro se è un pronome o un’ipotetica? Che “a me mi” è un pleonasmo, non un errore ma una stimata figura retorica usata con successo per millenni? Le leggi sciocche si cambiano, non facciamo i conformisti ignoranti, per favore.

I VERI ERRORI

Ma allora l’errore non esiste? Chiaro che esiste. Sbagliare è prima di tutto deviare così tanto nell’espressione da diventare incomprensibili, cioè fallire nella comunicazione.

In tal senso, e sempre nel mio modestissimo parere, è più legittimo sbattersi contro lo scivolamento di significato in espressioni come piuttosto che, o all’assegnazione di un valore positivo o negativo ad avverbi neutri come assolutamente. Frasi come “Ma assolutamente no o assolutamente sì?” o “Scusa ma non ho capito: no grazie o sì grazie?” vi ricordano qualcosa? Ecco gli errori.

Se un enunciato è ambiguo viene semplicemente meno il motivo di usarlo – ricordate il principio dell’economia linguistica? Ebbene, il significato è una faccenda che ricorda un po’ il lato della strada in cui si guida: se non si è tutti d’accordo si precipita nel caos. L’ambiguità causa fallimento nella comprensione, e Gesù piange.

LE SCIENZE LINGUISTICHE

[Questa sezione è frutto della preziosa collaborazione con Daniel Russo, che ringrazio ancora una volta con un cuoretto ♥]

Siccome è importante non fustigare soltanto ma offrire un contributo positivo, passiamo alla fase più nobile di questo post. Amate la vostra lingua? Bene, il medioevo e i tempi del trivio sono finiti, iniziate ad approfondire la questione come si deve e smettete di ciarlare di “grammatica” e di usare il prossimo come bersaglio per le vostre frustrazioni.

La vera svolta della linguistica moderna si verifica proprio quando, tra Ottocento e Novecento, i glottologi si sono distanziati dall’impostazione prescrittiva (ovvero quella della maestrina con la penna rossa che corregge “a me mi” e “ma però” o, per tornare all’attualità, dei “grammar nazi” di cui sopra) per passare alla linguistica descrittiva, che studia l’uso della lingua in una comunità linguistica. Questa evoluzione ha avuto anche la conseguenza di spostare l’attenzione dei linguisti dalla correttezza degli enunciati (come da grammatica prescrittiva) all’efficacia della comunicazione. In poche parole, un vero linguista è quanto di più lontano si possa pensare da un purista della lingua. Si cade, però, spesso nell’errore di credere che un approccio descrittivo debba essere del tutto scevro di giudizi, ma non è così: i linguisti contemporanei si interrogano ancora sull’appropriatezza della comunicazione verbale, ma in relazione alla trasmissione del messaggio (“il parlante ha fatto passare l’idea in maniera chiara, esaustiva e coerente al contesto?”). Ovviamente, i linguisti non si occupano solo di valutare come parla e scrive la gente.

Vi sorprenderà, ma le scienze linguistiche sono state protagoniste di alcuni tra i più grandi avanzamenti scientifici del 20° secolo, un’onda che tuttora non accenna ad arrestarsi. Parlo di scienze e non di scienza a ragion veduta, perché la lingua è un sistema semiotico complesso, scomponibile e analizzabile a più livelli, a cui corrisponde non una sola disciplina ma un campo del sapere molto articolato. 

Attualmente, i linguisti si interrogano sulla natura del linguaggio e della trasmissione delle informazioni, sulle caratteristiche di ciascuna lingua ma soprattutto sulle proprietà della facoltà comunicativa umana tout court. Gli strumenti metodologici che hanno a disposizione sono fonetica/fonologia (studio dei suoni di una lingua a livello articolatorio e cognitivo), Morfologia (studio della composizione e derivazione delle parole), Sintassi (studio della formazione delle frasi), Semantica (studio dell’attribuzione di significato agli enunciati) e Pragmatica (l’uso della lingua nel contesto comunicativo) per descrivere, per esempio, come le lingue si differenziano in diverse comunità linguistiche dal punto di vista geografico o nei diversi registri, come le lingue si evolvono storicamente, come insegniamo le lingue materne e le lingue straniere, come veicoliamo significati a livello retorico.

Ma non finisce qui, i linguisti si sono avvalsi di numerose metodologie e campi del sapere nei propri studi (la psicologia, per scoprire i meccanismi alla base dell’acquisizione del linguaggio; la neurologia, per comprendere l’origine di problemi come l’afasia; la fisica acustica, per studiare i foni; e così via passando per informatica, intelligenza artificiale, sociologia, antropologia), e a loro volta hanno fornito importanti contribuiti a tutti questi settori. Oggi lavorano all’intelligenza artificiale, allo sviluppo software, alla riabilitazione dei pazienti neurologici, alle branche più avanzate dell’informatica come l’elaborazione del linguaggio naturale, e – come dimostra Arrival – saranno quelli che chiamerete quando finalmente arriveranno gli alieni.


  1. Accento intenzionale.

  2. Breve nota sulle alternative alle regole. Una legge del toscano colto – da cui è derivato per una serie di accidenti storici l’italiano standard – è il raddoppiamento fonosintattico, che esiste anche in altri dialetti mediani tra cui il romanesco. (Il mio ex mi prendeva sempre in giro perché dicevo lessedie e non le sedie, lacchiesa e non la chiesa, e poiché ancora non avevo studiato fonetica non ho mai saputo spiegargli perché avessi ragione io a dire così.) In alcune circostanze, e senza un motivo preciso, tale raddoppiamento è oggi rispecchiato nell’ortografia, vedi i casi di soprattutto, appena, addio, quassù e così via. In altre, questo non è avvenuto, ma questo non è che dimostri che una forma sia inferiore rispetto all’altra: è semplicemente una che la tradizione ha scartato.

  3. A mio avviso, parte del supposto analfabetismo di ritorno cui si assiste oggi in Italia è dovuto anche al fatto che i ceti dominanti hanno mollato ogni pretesa di fungere da esempio linguistico valido.

  4. “L’Accademia della Crusca è quell’ente di nullafacenti pagati con i nostri soldi che ci costringe con la frusta a usare parole orrende come petaloso e Dante si rivolta nella tomba e Petrarca si rivolta nella tomba e Manzoni si rivolta nella tomba… SVEGLIA!!!!!!!!!!!1!!!!”

Dalla bottega delle revisioni, ep. 1: il caso “impressive”

Se avete la pazienza di seguirmi, oggi ho deciso di convertire frustrazione e invettive dovute a decenni di errori ricorrenti nelle revisioni dall’inglese in un’esperienza positiva e – hai visto mai – in qualcosa di utile per me (chi traduce file rivisti da me potrebbe magari capitare sul mio blog), creando la rubrica Dalla bottega delle revisioni.1

Qui c’è spazio per una piccola perorazione a San Girolamo

Nell’episodio 1, ci occupiamo di quella che a giudicare dalle revisioni degli ultimi dieci anni per alcuni miei colleghi sarà una scoperta sconvolgente, ovvero:


“impressive” ≠ “impressionante”

L’errore figura anche in Google Translate e in Wordreference, anche se un traduttore professionista dovrebbe a questo punto aver imparato a usare strumenti un attimino più sofisticati (o a integrarli con la propria esperienza e conoscenze, se sceglie la via facile).

Impressive” in inglese equivale a “degno di nota”, un termine con connotazioni soprattutto positive. Visto che un’immagine val più di mille parole, date un’occhiata al tipo di reazione che avviene di fronte a qualcosa di impressive:

Impressionante“, invece, traduce “disturbing, upsetting”, mantenendo un elemento di sgomento o spavento. Le connotazioni sono soprattutto negative: ci si impressiona alla vista del sangue, o di un incidente, e non, ad esempio, di un nuovo prodotto fichissimo.

Eccovi un po’ di gente impressionata:

A questo proposito, leggete anche il post di Licia Corbolante che tratta della questione “impressed” e della sua resa nella stampa italiana.

E ora ho la coscienza a posto. Buona notte e buona fortuna!


  1. Forse l’impeto è dato dal fatto che ora non posso bere, chissà. In fondo, chi tace è complice.

La revisione del cliente: il compito in classe reloaded

Se quando eravate al liceo o all’università l’attesa del risultato del compito in classe o dell’esame di filologia vi snervava, non dormivate la notte, volevate nascondere la testa sotto il piumone e avevate gli attacchi di panico, fatevi un favore e non mettetevi a fare il traduttore commerciale: è una vita nell’attesa della pagella, ma una pagella di quelle serie, pregne di responsabilità legali e di rischi di sputtanamento dietro ogni angolo, e non è proprio una cosa che fa per voi.

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“Anche tu puoi fare il traduttore!” e altre balle del crowd-sourcing

Evidentemente il giorno in cui in facoltà spiegavano l’origine psicologica dell’aura di romanticismo mistico che sembra emanare naturalmente dalla figura del traduttore ero assente, altrimenti oggi potrei comprendere meglio un fenomeno piuttosto curioso dell’evo moderno. Ovvero quello per cui persone per il resto sane di mente di punto in bianco decidono che sia desiderabile mettere il proprio tempo ed energie al servizio di grandi multinazionali gratuitamente, al solo scopo di potersi dire traduttori per cinque minuti. Multinazionali – vorrei sottolineare – che i soldi per pagare i traduttori li avrebbero eccome.

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È così che si fa: Lush Italia

Senza che si aprano crepe nell’intonaco per questo, oggi ho deciso di tralasciare i soliti translation fail e di produrmi in una cosa del tutto inconsueta per me: un encomio.

Nella categoria Localizzazione, oggi vorrei premiare Lush Italia. Ho scoperto il marchio inglese dopo che l’incantevole Miss K. mi ha consigliato lo shampoo Big, rendendosi così parzialmente responsabile della prima chioma semi-lunga di tutta la mia vita (i miei capelli sono caratterizzati da una lanosità che non esito a definire “medievale”, quindi qualsiasi tentativo di farli crescere era finora colato a picco alla prima apparizione di Robert Smith nello specchio). Read More

Dumb customers

Il traduttore: istruzioni per l’uso

Benché una grande fetta della mia vita lavorativa preveda contatti con agenzie di traduzione e project manager tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti, capita anche a clienti singoli di contattarmi per lavori estemporanei.

Agenzia di traduzione  Entità pagata dai traduttori affinché li sollevi da splendori e miserie dei rapporti diretti con i clienti.

Se il testo che avete bisogno di tradurre è al di sopra delle competenze di vostra cugina che una volta ha fatto l’Erasmus in Olanda (ovvero, se vi serve per farci cose importanti – magari lavorative – in cui le figure di merda non aiutano), un professionista è d’uopo. Prima di chiamare, però, sappiate che ci sono alcune cose che possono fluidificare incredibilmente l’esperienza. Read More

Regali per traduttori

Mancano 10 giorni al party per il compleanno di Gesù. Ci siete, sì?

So it begins

Se vi state chiedendo cosa regalare all’amico o parente traduttore ma non vi siete mai soffermati sulle cose che ama al di fuori del suo lavoro (o se non siete voi i distratti ma il traduttore in questione è più tipo da pigiama intero e pantofoloni a forma di Snoopy e a causa della vita sedentaria è ormai totalmente formattato, privo di hobby o interessi), questo post un po’ last minute viene in vostro soccorso. È tarato su traduttori che conoscono l’inglese, ma sono certa che potete trovare qualche alternativa per i colleghi con specialità più rare.

I doni sono raggruppati in base alla tipologia. Enjoy!

1) Ebook reader

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“Remote: Office Not Required” – Recensione

Da un paio di mesi con il caro D abbiamo lasciato il Molise, dove abbiamo vissuto negli ultimi quattro anni, per tornare a Roma, dove ora abitiamo il seminterrato sotto casa della mia famiglia allargata.1 Cambi di scena simili non hanno alcun impatto sul mio operato, poiché lavoro a casa. Questo significa che posso vivere ovunque esistano elettricità e Internet a banda larga – volendo, anche in un appartamento con vista sulla baia di Ha Long – a patto di avere chiaro che mentre mi trovo in Vietnam la maggior pare del mio lavoro avverrà tra le 15 e le 23, quando anche le mie controparti in Italia e nel Regno Unito ci danno dentro.

“Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del lavoro da remoto.”
– Semicit.

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  1. Resteremo nel seminterrato finché il caro D non si sia assestato nel suo nuovo universo lavorativo dilbertesco, o non l’abbia del tutto abbandonato, cancellando deliberatamente metà dei dati business-critical e pisciando nel server appena installato in un attacco di risa isteriche.

Esiste una parola apposta

Si è parlato in lungo e in largo di parole intraducibili, un concetto bellissimo e terribile e che in ultima istanza è responsabile della maggior parte delle note del traduttore, e io non volevo essere da meno.

Le Intraducibili sono quelle parole straniere così super bellissime e uniche da lasciarti di fronte a due scelte possibili, mentre te ne stai lì col fiato mozzato a contemplarne la mirabile sintesi: (1) le rubi di sana pianta, (2) rinunci al corrispettivo sentimento.

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