localizzazione
comment 1

“Loca-che?”

Jesus Rollerblading Christ

I figli di Caterina, la mia vicina, gridano molto. D’estate lei sistema una piscinetta gonfiabile proprio a ridosso dell’ingresso di casa, sotto le mie finestre, lasciando che Marica, la figlia maggiore, punzecchi il piccolo Mario per pomeriggi interi rubandogli i giocattoli o schizzandogli il visetto con l’acqua. L’effetto acustico è quello di una bestia scuoiata viva, poiché Mario ha 5 anni, una voce squillante e d’impatto, e mai nessuno che lo fermi. Sono giorni difficili in cui mi è capitato di desiderare ardentemente di graffiarmi il volto o cavarmi gli occhi, finché un giorno non mi sono detta daje e sono andata da Caterina, cercando di spiegarle con tutta la gentilezza di cui ero capace che lavoro a casa e PER L’AMOR DI DIO non ce la faccio più.

“Scusami, non sapevo che lavori (sic.)! Ti vedevo sempre a casa, che lavoro fai?”

Ed è qui che passiamo al post di pubblica utilità: se anche tu ti occupi di localizzazione e i tuoi vicini pensano che faccia parte della schiera crescente di disoccupati, o che sia semplicemente – Vishnu non voglia! – troppo choosy, usa pure la presente guida per provare inequivocabilmente di avere licenza di lamentarti con essi per le rotture di sentimenti quotidiane cui vieni sottoposto da persone che insistono a procreare e a non educare i propri figli o animali domestici.

La teoria: localizzazione

Dicesi localizzazione quell’insieme di attività con cui un prodotto creato per un dato mercato viene adattato a un altro. La principale di queste, va da sé, è la traduzione, ma ci sono anche altre robette – spesso invisibili ancorché utili – come l’adeguamento di quella pura follia che sono i pesi e le misure imperiali al sistema metrico in tutto il suo illuministico splendore, la conversione delle valute, la resa di giochi di parole, orari, insulti, e via dicendo.

Il prodotto in questione può essere un ferro da stiro, un social network, la Creative Suite millemila di Adobe 1, i filtri di censura di un forum (lavoro spassosissimo che è consistito nella traduzione di tutte le parolacce della lingua inglese) o un videogame super segreto che uscirà tra quattro mesi, motivo per cui non possiamo sapere niente di niente e dobbiamo arrangiarci a tradurre alla cieca stringhe senza senso riportate in ordine alfabetico, come “So, how are you holding up? BECAUSE I’M A POTATO!” o “Stay frosty“.

(Se sei un Web o software developer, tuttavia, e per motivi che ignoriamo hai deciso di far venire il crepacuore a un povero traduttore, metti “More” o “End” in una stringa non commentata e senza contesto, poi dai un’occhiata ai necrologi.)

Oltre alla terapia di bellezza per creazioni giapponesi o americane prima del loro approdo sui mercati europei, chi si occupa di localizzazione deve oculatamente defalcare ciò che può suonare ridicolo, scomodo od offensivo alle orecchie degli abitanti del paese target. Tra i clamorosi fallimenti in tal senso, la Volkswagen Bora. Tra i successi, l’Xperia Sola, o meglio, nella sua luminosa versione italiana, Xperia Sole. Nei paesi cattolici, il super classico “Oh my fucking God!” di film e giochi non è previsto dal regolamento e si becca immediatamente la cura per diventare, generalmente, “porca puttana!”.

Jesus Rollerblading Christ

“Grande Giove!”

La pratica

E dunque, per rispondere a Caterina, ecco quello che faccio: attorno alle 10 del mattino, dopo aver portato fuori il cane, torno a casa e poiché sono intollerante al lattosio mi preparo una tazza di Earl Gray senza zucchero né latte. Mi siedo al computer, invoco silenziosamente San Girolamo patrono dei traduttori,2 spalanco gli occhi come ruote di carro e non li richiudo più finché D. non torna a casa, alle 7 di sera, e mi stacca dalla scrivania come fossi cristallizzata nel rigor mortis.

Per gli amanti dei dettagli, il tipico flusso di lavoro è il seguente: il cliente invia dei file finali prodotti dai suoi copy alle mie controparti, richiedendo invariabilmente grande urgenza e consegne a orari impossibili (i copy del cliente non hanno naturalmente mai sentito parlare di internazionalizzazione e inviano immancabilmente file senza contesto, o pieni di giochi di parole e di proverbi, che ci costringono a passare mezza giornata a fare domande da idioti come “a cosa fa riferimento ‘this’?” “g significa ‘grammi’?” “a è un articolo?”). I project manager li inoltrano ai propri ingegneri, che si occupano di convertirli in formati pronti per la traduzione. A quel punto i file approdano alla mia inbox di Gmail. Segue l’immancabile scenetta in cui litighiamo per la consegna. Io adduco motivi assurdi – la nonna che sta male, un terremoto a duecento chilometri da qui, la festa per il santo patrono di Roccapipirozzi – che ci impediscono di consegnare prima di 3 mesi, mentre loro insistono caparbiamente ad avere i file per le 12.30 massimo, se possibile prima. La pantomima delle email finto-gentili prosegue per un po’ finché alla fine ci accordiamo per il mattino dopo.

Lavorando spesso con l’Inghilterra, mi sono stampata questa vecchia tabella come riferimento – un’autentica Bibbia per chi scambia regolarmente email con persone d’oltremanica.

What British-English people say vs. what they really mean.

Oldie but goldie: i Ching per interpretare le email britanniche

Faccio qui appello affinché sia presto creata una simile tabella di equivalenze per chi lavora con l’estremo oriente, visto che ve n’è urgente bisogno.

Ma torniamo a noi. A seconda delle dimensioni, posso smistare i lavori tra i miei colleghi o tradurli direttamente, aprendoli in un CAT tool: un robo affamato di RAM che inghiotte file di ogni genere e specie, filtra ciò che di essi è testo, conta il numero di parole, caratteri e frasi, lo divide in segmenti e applica a questi ultimi le mie memorie di traduzione per risparmiare alle care manine la fatica di ridigitare perle in cui mi ero già prodotta (una mano santa, visto che queste ultime non vengono quasi mai pagate.)

La matita rossa

Al termine del lavoro, infine, e prima di consegnare i file in revisione, faccio innumerevoli controlli di qualità (check con i database terminologici, controllo dei numeri, check di coerenza, doppio controllo dell’ortografia, e una chiamata al mio avvocato che non guasta mai). È verità universalmente riconosciuta, infatti, che il traduttore tecnico vive ogni giorno nell’attesa del compito in classe corretto dalla maestra, ma su scala internazionale. I miei file, infatti, oltre che dal revisore, verranno spulciati dal cliente (a cui conviene che io abbia fatto degli errori perché può pretendere sconti sul pagamento) e sottoposti a controlli spot da parte di revisori di terze parti sparsi in giro per il mondo. Un giorno parleremo anche di ciò che accade quando si consegna un file con un errore.

Non resta che versare qualche lagrima per la giornata che finisce e mettere in atto tutti quegli stratagemmi e sistemi necessari a convincere il mio stupido cervello che la mia casa non è un ufficio e che posso fare anche altro che lavorare senza grossi sensi di colpa.

Mox - Translation and Project Managing


  1. Per vostra info, si dice /aˈdəʊbi/. Un giorno, quando abbiamo tempo, parleremo anche di Nike.
  2. L’hanno fatto santo perché ha tradotto la Vulgata riuscendo a soddisfare un cliente impossibilmente esigente.

Questo post è tradotto anche in us.

Spargi il verboTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on Google+Share on LinkedInShare on TumblrEmail this to someone

1 Comment

  1. Pingback: Nota del traduttore | Vladinerie.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>