la matita rossa
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Fratello correttore di bozze, dove sei: Vogue Italia

Vogue wears Prada

E dai, Vogue, su! Uno prova a non ragionare per stereotipi ma così è tutto più difficile!

Ma parliamo un po’ delle Vladine medie. Bisogna sapere che, benché spesso usino la scusa della qualità delle fotografie come motivo per l’acquisto di riviste di moda, anche le Vladine freelance più povere e abbrutite ogni tanto vogliono arrostire la propria libido e fantasticare. In fondo, si tratta comunque di donzelle che – seppur non potendo permettersi il tacco 10 di Christian Louboutin dato che sono alte come l’uomo italiano medio – concepiscono il mondo a botte di makeover da commedia romantica, e quel tipo di fantasticheria lì (che proviene dritta dritta dal makeover per eccellenza, ovvero quello operato su Cenerentola dalla fata madrina) non lo scardini nemmeno con un piede di porco. È inutile: non c’è fede politica, studio universitario o sistema razionale che tengano, contro la zucca, la scarpetta e la fata madrina.

Devil Wears Prada

L’epitome del makeover The Devil Wears Prada – benché il risultato finale sembrasse più appetibile, nel 2007.

O meglio, le suddette Vladine vorrebbero fantasticare, e lo farebbero in santa pace su ciò che ritengono in assoluto il meglio in termini di pretesto e libido, ovvero Vogue Italia, non fosse che per avvicinarsi ai suoi contenuti testuali sia necessario tenere costantemente il dito sul salvavita.

A causa della datazione recente della frequentazione (lunga appena un paio d’anni), non so dirvi se il problema provenga dalla preistoria della rivista e da una concezione del tipo “ma tanto chi cazzo legge ‘sta roba”, o sia dovuto a un fatto momentaneo – magari il loro correttore di bozze è stato rapito nel 2011 da un gruppo politico che prende di mira il consumismo e pare ancora brutto licenziarlo formalmente. Oppure è stato ucciso da un serial killer che da allora ne interpreta la parte (e che mi dite di un alieno in un “Edgar-abito”). O, infine, si è convertito a una religione fondamentalista che prevede il boicottaggio dei mezzi di comunicazione occidentali.

Insomma, per farla breve, la rivista e il sito contengono più errori di un quotidiano, senza averne la scusante generica. Pur trattandosi di un mensile da un lato, e di un contenuto che può essere corretto prima che io possa dire “crostata di mirtilli” dall’altro, la mia matita rossa mentale si attiva così tanto che a questo punto non so se proseguire a farmi domande o chiudere qui e allegare tutto il presente malloppo a una candidatura spontanea come correttore di bozze freelance. Prometto che investirei ogni centesimo del compenso in scarpe.

Ma andiamo al sodo.

Partiamo dall’advertising e da un numero di un annetto fa in cui per la prima volta m’è cascato l’occhio sulla problematica: due paginone bellissime per segnalare a lettori e lettrici il proprio account di Twitter. Due pagine di Vogue costeranno migliaia di euro, immagino, quindi quello con cui le riempiamo sarà importante. Ebbene, bellissima Fei Fei Sun, bellissimo trucco, bellissima foto, il colore della grafica è abbinato a quello del rossetto.

Vogue

FAILower

Ma davvero, Vogue? Fallowers? Non penso ci sia bisogno di un grammar nazi o di Luca Serianni per evitare tragedie così.

Mi sono ricordata di questa foto, twittata dalla mia camera da letto più di un anno fa, perché Vogue esce la settimana prossima e nell’attesa dell’arrivo del nuovo numero in edicola, e in un chiaro momento di spavalda leggerezza, sono andata sul loro sito per dare una sbirciata, senza sospettare quanto fosse profonda la tana del Bianconiglio. (Avete presente i vecchietti che chiamano le radio per correggere gli errori degli speaker? Ecco, io farò quella fine.)

E dopo un paio di stilettate negli occhi, ho affrontato la cosa con piglio scientifico e ho deciso di fare uno spotcheck (un controllo che prevede la lettura a campione e che si usa quando il cliente non può permettersi di pagare la revisione completa o, come in questo caso, quando l’avvio è dato da uno stupido e spontaneo moto del cuor). E, nonostante quel truce font monospazio sia stato chiaramente ideato per frapporsi tra te e l’elusivo piacere della lettura, ho aperto 10 pagine a caso sul sito di Vogue Italia e ho trovato che almeno la metà di esse conteneva turpitudini di varie specie che nemmeno la Notte dei morti viventi. Eccovene un collage.

1. VOCE DEL VERBO SBACARE

Poro George, non hai abbastanza finanziamenti per un controllo ortografico

Poro George, non hai abbastanza finanziamenti per un controllo ortografico

2. NON SO NEMMENO DA DOVE COMINCIARE

Qui ci sono due ordini di problemi. Decidendo di sorvolare su rumors, testimonial, longdress, redcarpet, maison (che - sia chiaro - mi fanno schifo e mi fanno pensare che chi scrive per Vogue rinunci volontariamente alla propria Area di Broca), rimane il fatto che boh, scriveranno a macchina e poi scandiranno le pagine? L'intelligenza artificiale all'opera nei sistemi OCR commette meno errori di quella umana, pare.

L’intelligenza artificiale all’opera nei sistemi OCR commette meno errori in media.

Qui ci sono due ordini di problemi e per questo vi invito a visitare la pagina dell’articolo intero (le screenshot sono collegate ai post). Decidendo di sorvolare su rumorstestimonial, longdress, redcarpet, maison… Ma no, la verità è che non voglio sorvolare! Trovo che adottare uno stile come questo equivalga a rinunciare volontariamente a un pezzo della propria Area di Broca. È una scelta profondamente irritante e già so che mi rovinerà la digestione da qui a marzo, a partire dal fanatismo delle “s” che però – e di questo davvero non mi capacito! – non avviene sempre, non puoi mica farvi affidamento. I termini possono essere riportati al plurale nelle espressioni singolari, tipo “la slippers“, o rimanere senza la “s” al plurale: nell’esempio, qualcuno mi spieghi perché la regola che produce rumors non vale per insiders.

Per quanto riguarda “numersi”, invece, non c’è spiegazione che tenga.

3. CARA DELEVIGNE (SIC!) LASCIA LA VITA

delevingne

Sorvoliamo sul typo nel nome, “Delevingne” non è semplice. Figuriamoci, io di cognome faccio Vladimirova e ben capisco che il copia-incolla sia al di sopra delle possibilità di molti. Scoprire, tuttavia, che la pora cara (o anche Cara) cerchi di lasciare la sua vita fa un po’ venire l’amaro in bocca. È ancora così giovine, in fondo.

Questo è un bell’esempio di traduzione automatica un po’ riadattata. O di lavoro affidato alla cugina che è stata in Olanda una volta in Erasmus e là parlavano tutti inglese.

E COSÌ VIA…

incendente

Piccoli neoverbi crescono: incendere.

 

Rigeneriamoci

Non voglio copiare e incollare perché ho molta fretta, capitolo 1.

 

Sulla linea di confine tra il cattivo stile e il WTF

Sulla linea di confine tra il cattivo stile e il WTF

 

E il gran finale coi botti.

E il gran finale coi botti, nonché il mio personale preferito.

Per chi si fosse appena sintonizzato, ricordo agli ascoltatori che non abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento il fashion blog personale della zia Elvira aperto su Geocities, bensì Vogue Italia. Ci sono fior di soluzioni possibili al dramma umano che qui si spalanca: dal controllo ortografico in tempo reale sulla piattaforma di creazione dei post alle lezioni di gruppo mensili di italiano; dall’editor depositario di tutto il sapere dell’azienda che metta un segno di spunta sul contenuto prima che questo sia visibile al grande pubblico, all’obbligo di rilettura a voce alta di ogni articolo prima della sua pubblicazione. Oppure, come dicevo prima, assumete me per fare degli spotcheck a campione e io sarò felice di schiacciarvi le noci una volta al mese.

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Filed under: la matita rossa

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

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