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Rumore bianco: i nomi geografici

germany

Emergo giusto un secondo dalla frenesia accademica1 per parlare di toponomastica, quella roba che non si sa se cercare sotto cartografia o linguistica e che riguarda i nomi di luogo.

Piccolo ma importante disclaimer: quando racconto al caro D – o ad altre persone che in fondo mi vogliono bene – storie interessantissime come questa, lui generalmente mi fissa in volto con sguardo disorientato, come se producessi rumore bianco. Questo post probabilmente subirebbe la stessa sorte. Siete stati dunque avvisati.

Nasce tutto da un tweet di più di un mese fa (lo so, ho i miei tempi) che ha dato i natali a una piccola disputa online e offline:

I partecipanti alla discussione si sono disposti lungo due schieramenti: da un lato i cruscanti, puristi della lingua, che denunciavano l’inettitudine e la svogliatezza dei giornalisti, dall’altro i sostenitori del compromesso, secondo cui la tendenza alla traduzione è espressione di un’autarchia arcaicizzante alla MinCulPop, e i cui esponenti – se lasciati a se stessi – avrebbero tentato di riportare tra noi storture e abomini come la traduzione dei nomi propri (attualizzando i parti mentali che ci avevano regalato i grandi classici Guglielmo Crollalanza e Ruggero Bacone e portandoli nel 2014 con fioriture del calibro di Michele Calzolaio e Ginevra Lorenzi). C’era anche un troll, a difesa del sacro diritto di ogni giornalista di fottersene della lingua in cui si esprime e che usava come argomentazione la sterilità della forma rispetto alla fecondità del contenuto. E risuona il mio barbarico YAWN sopra i tetti del mondo.

La traduzione dei nomi geografici è una questione spinosa. Talmente spinosa che le Nazioni Unite hanno creato un Gruppo di Esperti in materia di Nomi geografici, al cui interno dal 2002 c’è un sottogruppo di lavoro sugli esonimi, il cui compito è quello di cercare di ridurre la tendenza alla traduzione dei toponimi, per ovvi motivi: standardizzazione, sensibilità storica, banale buonsenso. In soli dieci anni, tuttavia, la missione del gruppo pare essersi alquanto ridimensionata: scopo delle riunioni oggi è la creazione di linee guida su come usare le traduzioni. Siamo a un passo dal laissez-faire. Tra qualche anno inizieranno a negarsi al telefono quando arrivano gli inviti alle conferenze. 

Ma diamo un nome pseudoscientifico a queste chiacchiere:

Le presenti tendenze in italiano nell’uso degli esonimi

Tra poco cerco di spiegare meglio, ma ora lasciate che mi logori per qualche secondo nell’understatement.

No Idea Meme

Endonimo ed esonimo sono concetti antitetici.2 Per comprenderli, pensate alle parole Österreich e Newfoundland, da un lato, e Austria e Terranova, dall’altro. 

Basta prendere un’entità vicina e che tutti conosciamo benissimo, come la Germania, e appuntarsi il suo endonimo e una manciata di esonimi per seminare il panico:

Endonimi Germania

Endonimi ed esonimi: Germania

Ed è andata certamente peggio ad Albania, Ungheria e Grecia: i loro nomi sono infatti Shqipëria, Magyarország ed Ελλας (Ellas). (Non mi è tanto chiara la situazione su Finlandia/Suomi. Magari qualcuno mi illuminerà.)

Ma perché accade questo? Per tantissimi motivi. Intanto, spesso un endonimo nasce semplicemente dalla parola popolo nella lingua in questione. Ad esempio, deutsch deriva da theodisk (radice *þeudō – popolo, tribù) che poi è diventato diutisk in alto tedesco antico.

(I tedeschi con cui ne ho parlato trovano sempre spassoso sentirsi chiamare “tedeschi” e ipotizzano che gli italiani abbiano battuto la testa da piccoli per inventarsi un nome così spiritoso. Tocca spiegare pazientemente che, dato che l’italiano è cintura nera di conservazione, una volta buttato giù un appuntino miniato in quei bei caratteri carolingi non c’era più niente da fare – theodisk, latinizzato theodiscus, ti rimaneva appiccicato addosso anche se nel frattempo la tua lingua era cambiata.)

Gli esonimi, nella situazione più banale, sono un adattamento di una parola straniera alla propria fonologia. È il caso di Londra, Parigi, Berlino, Mosca. Gli Stati Uniti hanno subito pochi di questi adeguamenti fonetici, forse perché i nomi delle città ci sono giunti in un momento in cui anche la portinaia o il ciabattino respiravano aria di cosmopolitismo e si sentivano pronti – con risultati alterni – alle sfide linguistiche della società integrata.

Ammettiamolo: ci sono lingue che hanno più suoni. L’italiano, con i suoi 24 suoni consonantici e 7 suoni vocalici, è quasi perfettamente rappresentato dal proprio alfabeto, che non a caso è stato creato su misura per il suo papà, il latino (che aveva 16 consonanti e 5 vocali, lunghe o brevi).3 Basta un rapido confronto con le lingue delle altre due famiglie linguistiche più diffuse d’Europa (slava e germanica) per capire che non stiamo parlando del campione mondiale di fonologia. A titolo di esempio, in bulgaro le consonanti sono 36 e possono essere combinate in modi impensabili – giusto per dire, la /v/ può venire dopo la /b/ – mentre il tedesco ha 16 vocali.4

думи

L’esigenza di usare una parola diversa può dunque nascere da una macroscopica difficoltà di pronuncia. È il caso di Szczecin (Stettino), che in polacco si pronuncia così, e di Hrvatska (Croazia), una parola che – ricordiamo al pubblico pagante – contiene l’impossibilità teorica, per un italiano, di una sillaba retta da consonante.

L’esonimo può semplicemente essere una traduzione, come Stati Uniti d’America, Regno Unito, Carolina del Nord o Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

SORDOMUTI, BALBUZIENTI E AFASICI

Alcuni degli esonimi più antichi possono essere un modo per mantenere le distanze rispetto a un’entità culturalmente rilevante. So che non sarà una grossa sorpresa, ma la solidarietà verso i propri vicini non fa parte dell’arsenale a disposizione del genere umano. Nel riferirmi a quelli che vivono sull’altra sponda del lago, e che in tutta probabilità stanno affilando le lame per rubarmi le mucche, stuprarmi la moglie e vendere i miei 11 figli ancora vivi come schiavi, difficilmente ricorrerò alle lusinghe. Esempio classico è l’atteggiamento delle lingue slave nei confronti dei tedeschi (немци nemtsi, ovvero “muti”) e dei greci nei confronti di tutti gli stranieri (βάρβαρος / barbaro: “balbuziente”). E ancora, Valacchia, Vallonia, il nome inglese per il Galles  – Wales (che in via del tutto evidente non deriva dall’endonimo Cymru!) – e il nome che gli altoatesini di lingua tedesca danno agli italiani (Walscheprovengono tutti da una radice germanica che sta per “straniero”, la stessa che è alla base di Włochy, ovvero il nome che i polacchi danno all’Italia.

Wlochy

Per concludere questo tutt’altro che esaustivo elenco, non dimentichiamo gli errori. (La cazzata, in cartografia, sembra essere un fatto comune. Golfo Aranci è ad esempio un errore di trascrizione di “Golfu di li Ranci”, ovvero golfo dei granchi. E secondo alcuni, Yucatan vuol dire all’incirca “Cocco, è inutile che gridi che tanto non ti capisco”, anche se questa teoria è stata a quanto pare confutata.) Il nome vero del Marocco è al-Maġrib, il “Regno d’occidente”. E da dove viene “Marocco”? Dal nome della città di Marrakech (che suona più o meno <mə’raːkəʃ>, con accento sulla seconda sillaba), che spagnoli e portoghesi hanno per errore esteso agli abitanti di tutto il regno (chiamandoli Marrocos). Un ultimo esempio, dritto dalle terre che hanno dato i natali alla sottoscritta: i monti Balcani, nei territori in cui effettivamente si trovano, si chiamano Stara Planina. Balcan è semplicemente la parola turca per “monte”.

Scova l’esonimo: Fiume o Rijeka? Ljubljana o Lubiana (nei giornali in Italia spesso – sic – Lubjana, come se la “j” extra la facesse sembrare più slava)? Dubrovnik o Ragusa? Ci sarà ancora qualche italiano nato in Istria o Dalmazia in un periodo in cui la maggioranza degli abitanti parlava la sua lingua, e nel cuore di costui il nome della sua città di nascita è ancora un endonimo. Sicuramente, invece, per tanti altri usare l’antico toponimo equivarrà a bieca retorica messa su ai fini di una qualche rivendicazione nostalgico-politica. Il problema è che imponendo la mia lingua mi approprio di un posto, e in tante parti d’Europa i confini sono sfumatissimi. Le frontiere e le popolazioni si spostano. All’interno di uno stesso stato convivono minoranze linguistiche (in Irlanda, in Spagna, a Cipro, in Italia). La lingua stessa cambia. Come facciamo a sapere quale toponimo usare?

Il contesto può venire in aiuto.

Se sono un tour operator e cerco di vendere un pacchetto turistico alle tre pore stelle in Italia che ancora non hanno Internet, o se spedisco la mia vecchia scheda video a un tizio a Treviri che l’ha comprata tramite eBay, usare l’endonimo Trier aggiungerebbe un tocco di esotismo, e aiuterebbe il povero postino renano che magari non ha studiato la storia di Roma antica per motivi suoi propri. Se invece scrivo un compito in classe su Kant e mi metto a cercare informazioni biografiche, scopro che è nato a Königsberg, nell’allora Prussia orientale. Oggi però la città è in Russia e si chiama Kaliningrad, e usare il suo nome attuale non avrebbe senso. E ancora: se parlo tedesco dirò Brixen, se parlo italiano userò Bressanone. E così via.

SCAPPARE DALLA LAVA CON LE PINNE

Basta consultare la pagina di Wikipedia con l’elenco dei toponimi tradotti e vedere il cimitero di nomi abbandonati per accorgersi che il nostro atteggiamento nei confronti dell’alterità – e di conseguenza delle lingue straniere – sta cambiando. Le distanze si ritirano e i fenomeni microsismici del villaggio globale inghiottiscono i nomi antichi delle cose a favore di una novella scoperta della dignità delle culture altrui. Un tempo in viaggio di nozze si andava a Venezia, oggi la cassiera “mi parla di California come d’un suo podere” (cit.). Se c’è una cosa che gli studi umanistici ti insegnano è che cercare di vigilare sulla lingua e di fermare la tendenza ad accogliere forestierismi – nobile scopo dell’Académie française o di istituti di natura simile – è fruttuoso quanto scappare dalla lava con le pinne.

Sforzo inutile (via Hyperbole and a Half)

La linguistica – una volta conclusa la scuola dell’obbligo – è una descrizione, più che una prescrizione, e l’aggrapparsi su specchi anneriti dal tempo ha un fascino che a me sfugge del tutto. Secondo la mia personalissima opinione – che può essere più o meno condivisibile – la correttezza è data dalla frequenza, e il termine che permette a chi parla una lingua di comprendere più rapidamente i propri simili la spunta su tutta la linea. Ma prego, voi che lamentate la perdita della purezza originaria, tenetevi le vostre Filippopoli e Adrianopoli; avete vinto questa bella targa e un utilissimo paio di pinne.

Questa opinione vi sembrerà in contrasto con ciò che proclamavo nel tweet sulla Malesia. Eppure non è così. Intanto, l’obsolescenza non sembra coinvolgere i nomi degli stati, il cui avvicendamento è invece legato unicamente a cambiamenti storico-politici, salvo qualche caso talmente raro che si conta sulle dita della mano sinistra di Django Reinhardt (come l’isola di Maurizio, oggi Mauritius, o il caso dello scià di Persia nel suo celebre coming out del 1935: “amici, so che il nome Persia vi scalda il cuore, ma ve ne prego, chiamateci Iran!”). Indocina francese, Abissinia e Ceylon se ne sono dunque andate insieme ai rispettivi governi coloniali.

Non mi ergo a giudice supremo, non pretendo di essere Luca Serianni o Tullio De Mauro, luminose figure con cui al massimo ho spartito una manciata di buongiorni e buonesere al Dipartimento di studi filologici alla Sapienza. Se le vostre argomentazioni mi convincono del contrario sono più che pronta ad abiurare quanto ho appena esposto. Ma allo stato attuale, e per ciò che concerne la stampa italiana e i vari Malaysia/Malesia, il neologismo Lubjana (coniato da chi era evidentemente indeciso tra Lubiana e Ljubljana e ha preferito rimanere al bivio), a cui aggiungo le occorrenze di Beijing (che i cinesi stessi a volte non comprendono e che a me suona sempre un po’ pei cin) o il nuovissimo ardore per Kyiv al posto di Kiev (scrivetelo direttamente Київ, dunque), mi piacerebbe poter credere di trovarmi di fronte a scelte ispirate dalla raffinatezza filologica. Purtroppo, non riesco a smettere di pensare che si tratti di sonore stronzate, a metà tra l’ignoranza e la grossolanità, che mi ricordano sempre un po’ lo stereotipo del romano incolto per il quale l’Aurelia finisce a Santa Marinella, ma battezza i propri figli Kevin e Michael (Màicol, con caratteristica lenizione dell’occlusiva sorda /k/).

Ho finito. Perdonatemi la prolissità.

PS: In Ucraina, il nome “Ucraina” si pronuncia con l’accento sulla i. Il che non ha ripercussioni sulla sua pronuncia in italiano. Io ora ve l’ho detto, voi fateci ciò che volete.

 

  1. E da quattro stagioni consecutive di Downton Abbey, altissime nelle priorità.
  2. Se siete tipi a cui piacciono le definizioni ufficiali: esonimo – nome attribuito in una determinata lingua a un toponimo situato all’esterno dell’area dove tale lingua è parlata e morfologicamente differente dal nome usato nella lingua ufficiale o nella lingua comunemente parlata nell’area dove il toponimo è localizzato. Endonimo – nome attribuito a un toponimo nella lingua ufficiale o comunemente parlata nell’area dove il toponimo è localizzato.
  3. Il latino, a differenza dell’italiano, non aveva i fonemi /tʃ/ di cena e /ʤ/ di gelo; lo stesso dicasi di /v/. Per ovviare al problema della doppia pronuncia delle “c” e delle “g”, le lingue neolatine sono costrette ad arrabattarsi con artifici ortografici come l’aggiunta di “h”, “u” o “i”, scrivendo ad esempio con tre lettere parole da due suoni – è il caso di “che” in italiano e di “que” in spagnolo (<ke>). Nel caso di /u/ e /v/, invece, attorno al 1500 un umanista illuminato ha esclamato, a quanto pare, “basta cazzate, ci serve una lettera separata per la u“.
  4. Al vedere gli sforzi che sistemi fonologici come polacco, inglese e tedesco fanno per strizzarsi abbastanza da entrare nell’alfabeto latino viene un moto di tenerezza, o il desiderio che la storia l’avesse scritta un popolo con un alfabeto da una cinquantina di lettere.
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7 Comments

  1. Non ho mai studiato neanche per sbaglio qualcosa come linguistica e compagnia bella, ma questo articolo è veramente interessante, grazie :D

    • Vladina says

      Grazzzie! Hai vinto il granchio cheerleader come segno di riconoscenza!

  2. Jadran says

    Vorrei aggiungere un ulteriore punto riallacciandomi alla conclusione di questo post davvero esaustivo, ossia la mancanza di riflessione sull’uso degli esonimi. Perché se è sacrosanto dire che noi linguisti odierni abbiamo abbandonato l’impostazione prescrittiva della lingua (a parte certi linguisti francesi, ma questa è un’altra storia…) è anche vero che distinguiamo tra uso consapevole e inconsapevole (sciatto, disattento) della lingua. Da quello che osservo in gran parte della stampa italiana, più che un intento filologico (uso consapevole) trovo un gran pressappochismo nel copiare/tradurre dalle fonti inglesi (uso inconsapevole), il che fa storcere il naso a me e a molti altri linguisti nell’attestare certe forme come suffragate dall’uso. Ritengo che oggi il potere mediatico della lingue inglese sia centrale in questo discorso: il caso di Malesia/Malaysia è sicuramente dovuto al fatto che chi ha redatto l’articolo si è “ispirato” a un articolo inglese e ha lasciato Malaysia, che corrisponde anche al nome in lingua locale. È vero che l’inglese da questo punto di vista ha una tendenza progressivamente più filologica, ma non è sempre così: è il caso, che personalmente trovo spassoso, di Antwerp, che è il nome con cui spesso nella stampa italiana si identifica la città di Anversa: questo non è altro che l’esonimo inglese di quel luogo, che in nederlandese è chiamato Antwerpen. E non è un caso isolato, si potrebbe citare anche Hanover, che sta piano piano sorpassando la forma italiana Hannover, con due n, che pure è identica al nome tedesco.
    E, secondo me – forse qui non siamo completamente d’accordo – questo atteggiamento si applica anche ai nomi di Fiume/Rijeka, Lubiana/Ljubljana ecc. che in inglese non hanno un corrispettivo per cui si usano i nomi sloveni e serbi/croati (a parte Belgrado, che in inglese è Belgrade e in serbocroato Beograd). Qui devo aggiungere una nota personale: io sono originario delle zone giuliano-dalmate di influenza veneto-italiana, ma appartengo a una famiglia completamente slava che di sicuro non ha nulla di nostalgico o revanscista, eppure per me sentire “Rijeka, l’antica Fiume” è ridicolo quanto sentire “Praha, l’antica Praga” o “London, l’antica Londra”. A riprova di questo posso assicurarti che anche i locali, parlando italiano, usano i toponimi italiani senza sentirsi traditori della patria. E poi lo stesso atteggiamento riguarda anche Zagabria, che difatti non rientra in quelle zone dai confini sfumati. Ripeto, più che un’analisi sulla correttezza sulla correttezza filologica e politicamente corretta dei toponimi mi sembra più che altro un mero copia e incolla dagli articoli inglesi. Posso però comprendere che la mia sensibilità sia diversa rispetto a quella dell’articolista di Roma per cui Fiume sia un posto lontano ed esotico quanto la Malesia.

    • Vladina says

      Assolutamente d’accordo su tutto. In parte ho toccato superficialmente la questione del cambio di lingua senza necessariamente infilarci dentro delle rivendicazioni parlando di Bressanone.

      L’integrazione sulla traduzione dall’inglese è splendida. Antwerpen! Ma perché non c’ho pensato. *modalità gelosia attiva*

  3. Super interessante!
    Anche se adesso c’ho un po’ l’ansia da toponimo. Son tentata di definire i luoghi con coordinate GPS, o al limite con indicazioni da caccia al tesoro: andiamo in vacanza in un posto raggiungibile con un volo KLM in 11 ore, viaggiando verso ovest

    • Vladina says

      Buttati a cuor leggero – la matita rossa si attiva solo in presenza di chi percepisce un salario per fare le cose a cazzo di cane ^__^

      (11 ore? E che sarà, Papeete? Le Hawaii? Una delle lune di Giove?)

  4. Pingback: Il Golpe toponomastico adriatico su wikipedia | Terre Rosse

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