traduzione automatica
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Perché lui non mi capisce

Nell’ultima puntata vi siete beccati un po’ di cenni storici sulla traduzione automatica. Poi sono andata in ferie e ho fatto degli esami e solo oggi mi trovo di nuovo al cospetto di un file in post-editing, stavolta per un produttore leader nel settore dell’editing fotografico che non sto qui a nominarvi perché sono super discreta e tanto l’avete capito chi è. Ecco dunque che vi toccano altri pensierini sull’argomento.

Stupidità strutturale: le neuroscienze

Viviamo in un universo soggetto alla legge di Moore, ovvero di progresso tecnologico non più lineare, bensì esponenziale. Il primo pc approdato a casa nostra, nei favolosi anni 90, aveva un processore Intel 486 che nei giorni buoni raggiungeva la vertiginosa velocità di 150 MHz. In questo momento scrivo da un i5 con 4 Core da 3,8 GHz. Eppure, nonostante la giostra a velocità folle e tutti gli arnesi super fichi che abbiamo a disposizione, i passi compiuti nel frattempo dalla ricerca nel settore della TA possono dirsi trascurabili. Oggi, un avanzato cervello sintetico è in grado tuttalpiù di offrire una simulazione più o meno riuscita di un comportamento intelligente, ma solo se imboccato con un pappone fatto di regole statistiche e un’iperbolica quantità di dati di input generati da esseri umani. E la cosa non avviene spontaneamente ma va orchestrata con gran cura da persone formate allo scopo. La conclusione mi sembra abbastanza scontata: l’intelligenza non è computazione. Vale a dire che non possiamo determinarla aumentando semplicemente le dimensioni dell’unità di elaborazione. Le neuroscienze sono oggi prerogativa di un coacervo di esperti tra cui chimici, informatici, ingegneri, linguisti, psicologi, sociologi, matematici, medici e via dicendo, che studiano la faccenda come tanti aspiranti Frederick Frankenstein dagli occhi pallati. Questo stato di cose è probabilmente un po’ da ripensare, a favore di uno studio che si concentri maggiormente sulla storia evolutiva degli organismi. Sembra prioritario recuperare un po’ l’idea della corporalità1 e ricordare che l’intelligenza si misura soprattutto sulla base della capacità di un organismo di fronteggiare con successo un dato ambiente, sopravvivere e riprodursi.2 (Aristotele diceva che l’intelletto non è facoltà organica ma capiamolo: finché non è arrivata la risonanza magnetica nucleare ci si doveva un po’ accontentare di speculare.)

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Il legame tra intelligenza e corporalità: anche Spike Jonze non ne sapeva niente.

Siamo fatti così: tra sintassi e ambiguità

Per tornare un po’ a noi, la traduzione automatica è un problema IA-completo, ovvero: la sua risoluzione equivarrebbe alla risoluzione del problema dell’intelligenza artificiale in toto. Come dicevo la volta precedente, questo obiettivo forte per l’IA si è totalmente ridimensionato, anche perché per decenni la scienza non ha fatto altro che sbattere l’articolazione tibio-tarsica su numerosi spigoli. Uno di essi è la sintassi, la branca della grammatica che si occupa delle regole di combinazione delle parole di una lingua. Secondo Chomsky – e contrariamente a ciò che pensa la maestra Tina – la grammatica è una cosa per cui gli esseri umani sono biologicamente programmati dalla nascita, e che non si impara per caso.3 Altrimenti non si spiegherebbero alcuni fatti pazzeschi. Tipo: come faccia una fragile creatura di appena un anno ad apprendere una faccenda così complessa – un sistema finito di regole che consente di produrre un insieme infinito di enunciati – mentre è circondata da un manipolo di ebeti strepitanti colmi di evidenti limitazioni.

L’argomento della povertà dello stimolo: il modo scelto da mia nonna per spiegarmi che il forno brucia.

Eppure accade quasi invariabilmente che entro un paio d’anni, in virtù di una curiosità spontanea e inarrestabile e dopo numerosi errori tenerissimi che sembrano suggerire un sistema piuttosto rigido (mio fratello diceva “due matite” e “dui quaderni”) per almeno una decina d’anni non c’è modo di far star zitta quella benedetta creatura, che assorbe e capisce anche le frasi più incomplete. Frasi che risultano sommamente incomprensibili per un aggeggio sintetico, che invece se ne sta del tutto inerte finché qualcuno non lo stuzzica o lo programma per accendersi da solo e fare cose (come pulire il pavimento o far partire la sveglia). Avere a che fare con i computer ci ha aiutati a capire meglio di ogni altro metodo che le lingue umane sono intrinsecamente ambigue e lacunose. La comprensione sembra avvenire con un’operazione innata di parsing (la parola inglese per “analisi logica”, dal latino pars=parte del discorso) che pare richiedere capacità di analisi della situazione e conoscenze generali ed extralinguistiche incalcolabili. Anche la frasetta più scema come:

Ignazio e Clemente mangiano la pizza con le alici

include ambiguità che una macchina non è in grado di risolvere, poiché fa fatica a determinare le funzioni delle parole nella frase e quindi a distinguere tra queste due situazioni. Pizza con le alici

Questione di referente

L’inimitabilità assoluta dell’essere umano, ciò che non è stato ancora insegnato ad alcun computer, è nel saper collegare senza difficoltà la realtà che gli si para davanti alla sua rappresentazione attraverso il linguaggio. In altre parole, nel capire. 4 Cercare di insegnare a un dispositivo a parlare e a comprendere è compito del settore dell’elaborazione del linguaggio naturale. Avete tutti presente Siri & co. In questo caso, tuttavia, non possiamo parlare di comprensione quanto di riconoscimento vocale usato per attivare dei comandi preconfigurati. Ad esempio, il caro D interagisce vocalmente con la domotica di casa attraverso script installati su Android. Quindi è normale sentirlo intimare al telefono di spegnere le luci, o di accendere il riscaldamento mentre siamo sulla strada di casa affinché i nostri teneri sederini impazienti non soffrano nemmeno per un secondo il gelo invernale. La cosa funge anche da sfogo per una parte della sua goliardia, poiché usa l’accrocco per farmi scherzi piuttosto beceri quando sono sola in casa. Ha anche assegnato una voce al cellulare (la voce si chiama Giorgio) che si arrabbia se D pronuncia parolacce in sua presenza. La parte del referente, tuttavia, è totalmente esclusa da simili esperienze. Il telefono ha “imparato” che quando il caro D gli dice “Accendi la luce in cucina, cazzo” deve eseguire uno script A e uno script B. Nello script A c’è il comando al server di accensione della lampadina, e nello script B c’è l’istruzione che fa dire a Giorgio “Complimenti per l’educazione”, ma per gli gnomi nel telefono o per Giorgio stesso il legame tra quella parola e l’immagine dell’interruttore, della luce o del pene maschile non sussistono. È solo un modo molto elaborato di premere un tasto. Concludendo: pur con la loro mostruosa potenza di calcolo che ne fa ormai da decenni i campioni incontrastati negli scacchi, i computer non sono ancora in grado di capire la più semplice delle conversazioni. E finché non sanno parlare, non sapranno nemmeno tradurre.

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  1. Secondo il pensiero tradizionale è il cervello a controllare il corpo, salvo che potrebbe essere vero esattamente il contrario. Per l’influsso della nostra conformazione fisica sul pensiero: Rolf Pfeifer, Josh Bongard, How The Body Shapes the Way We Think (MIT Press, 2006)

  2. A questo proposito, vorrei ricordare che la lotta per la vita ha evidentemente decretato che l’intelligenza (sotto forma di linguaggio, memoria, pensiero simbolico, risoluzione dei problemi) non fosse un tratto desiderabile in milioni di specie: infatti, spiegatemi cosa se ne fa del materialismo dialettico una tartaruga gigante di Aldabra, o un pipistrello frugivoro dell’elenco alfabetico delle figure retoriche. Il numero di rettili tuttora in circolazione rende assolutamente chiaro il concetto che il sistema limbico ve lo potete anche tenere, cocchi miei!

  3. Wiki – Grammatica universale.

  4. Per maggiori info sull’argomento, o su cosa sia il significato, vi rimando alla filosofia del linguaggio tutta. Partite leggendo Aristotele che parla di oggetto, segno e significato, poi dedicate un paio d’anni a una visione superficiale del pensiero di Wittgenstein, che tra le altre cose vi aprirà la mente con l’idea che “parlo dunque sono”, infine passate agli scritti di Heidegger sul linguaggio, all’ermeneutica nella sua interezza e ad alcune cose sparse di Walter Benjamin.

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  1. Pingback: Ottusità artificiale | daniela vladimirova

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