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Esiste una parola apposta

Si è parlato in lungo e in largo di parole intraducibili, un concetto bellissimo e terribile e che in ultima istanza è responsabile della maggior parte delle note del traduttore, e io non volevo essere da meno.

Le Intraducibili sono quelle parole straniere così super bellissime e uniche da lasciarti di fronte a due scelte possibili, mentre te ne stai lì col fiato mozzato a contemplarne la mirabile sintesi: (1) le rubi di sana pianta, (2) rinunci al corrispettivo sentimento.

La prima opzione è già avvenuta con tanti forestierismi di oggi e di ieri. Un piccolo inventario di mirabilia includerebbe senz’altro macho, spleen, saudade, toilette, desaparecido, no comment. Parole splendide, che testimoniano la nostra capacità di omaggiare le vittime dei nostri furti linguistici con un utilissimo (per loro) credit.

Ma bando alle ciance e torniamo al mese di maggio:

Nell’ambito delle Intraducibili, posizione preminente spetta naturalmente al tedesco, che può strutturare il complemento di specificazione appiccicando due parole l’una all’altra. Ed è così che ha vinto la cintura nera lessicale, producendosi con espressioni che ci siamo pappati così come le abbiamo trovate perché, onestamente, come puoi pensare di competere con lo über-splendore di Zeitgeist, Weltschmerz, Leitmotiv e Blitzkrieg (che in italiano ha pure il calco “guerra lampo”)?

Questa sua tendenza prosegue anche nel presente, con espressioni fortunatissime benché meno legate ai destini filosofici del mondo, come Kummerspeck, composto da Kummer (dolore) e Speck (pancetta) = il peso in eccesso risultante dall’aver fatto fronte alle problematiche esistenziali spanzandosi (= commettere seppuku mangiare oltre misura). In Kabelsalat (= insalata di cavi) e verschlimmbessern (quella roba che fai quando parti col desiderio di riparare qualcosa e finisci per peggiorare la situazione) troviamo invece un tocco di modernità tecnologica che incontra il virtuosismo della sintesi.

50 parole per la neve

Ovviamente, in molti casi c’è una componente culturale. Pensate solo alla favoletta che vuole che l’inuit abbia milioni, MILIARDI di nomi per la neve, dato che tutta la sua cultura ruota attorno a essa.1

Se siete degli stereotipatori seriali come me medesima, oltre che gioire della molteplicità dell’etnosfera, studiando le parole intraducibili in una lingua potete intuire un pochino i valori del popolo che tale lingua condivide. C’è anche spazio per innocenti sghignazzate. (Avevo letto che in scozzese esiste una parola che sta per il prurito che coglie il labbro superiore quando avvicinate il bicchiere col whisky alla faccia, ma a quanto pare è una sonora bufala. Stavolta, l’onore degli scozzesi è salvo.)

Le stesse scoperte le puoi fare anche su te stesso.

La mia lingua madre, il bulgaro, ha cinquanta termini per le relazioni di parentela. Questo significa che ci sono cinque modi diversi per tradurre la parola zio. Io stessa conosco sì e no una ventina di questi termini, e se mi capita di chiamare il marito di mia cugina dal lato materno con il nome evidentemente riservato al marito delle cugine dal lato paterno, vengo immediatamente guardata come se avessi buttato al cesso la mia cultura balcanica tutta, il che in una popolazione che si è dispersa in una ventennale diaspora equivale a essere considerati merda secca.

Il mio unico commento a questo proposito è che, cultura balcanica o meno, cinquanta termini – tra cui uno specifico per il marito della sorella della moglie – equivalgono a un destro in faccia al principio dell’economia linguistica.

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Le possibili relazioni di parentela in bulgaro.

E la mia lingua adottiva?

Senza disturbare paroloni tratti dal gergo politico come qualunquismo, o spiattellarvi l’ovvietà che in italiano esistono a occhio e croce 500 nomi per la pasta, l’italico idioma è ad esempio una delle lingue più ricche di nomi per le varie sfumature di blu. Azzurro non ha un corrispettivo nella maggior parte delle lingue europee, che sono costrette ad arrampicarsi sugli specchi con “blu chiaro” o “blu intenso”.

L’italiano ha esportato quasi tutti i termini bancari classici, perciò oggi un tedesco si apre ein Konto. E i termini musicali, i duetti, i concerti, i balletti; e l’arte e l’architettura: affreschi, cupole, architravi… l’italiano, insomma, intrattiene.

Ma uno dei motivi principali per cui mi inchino a esso è questo: l’italiano è forse l’unica lingua che abbia una parola per “caffè di merda” (=ciofeca).

(Pensandoci bene, con i neologismi e i prestiti ci puoi studiare la storia. Nell’86 sono arrivate perestrojka e glasnost. La settimana corrente celebra invece la nascita di video-esecuzione.)

Eccovi tre parole con livello di connotazione culturale super-sayan:

hüzün Dal turco = malinconia derivante dalla percepita distanza dalla spiritualità; per estensione, l’atmosfera malinconica di Istanbul.
duende Dallo spagnolo = lo stato di autenticità ed emotività esaltata in cui ti conduce l’esposizione al flamenco.
yakamoz  Ancora dal turco = il riflesso della luna sul Bosforo ( ♥ )

Senza indugi

Ci sono poi parole intraducibili che esprimono uno stato di cose risolutamente universale. Di queste qui ci si domanda soprattutto: fonetica permettendo, che aspettate ad adottarle?

sgimilearachd  In lingua gaelica scozzese, descrive l’abitudine dello scroccone di presentarsi a casa altrui all’ora dei pasti. Casualmente, lo fanno regolarmente molti scozzesi che conosco.
chantepleurer In francese, piangere mentre si canta. Bellissimo!
donaldkacsázás (Letteralmente, Donald Ducking) Ungherese: andare in giro per casa senza altro indumento se non una maglia.
tartle Scozzese = Quella cosa che fai quando esiti prima di pronunciare il nome di qualcuno perché te lo sei scordato.
jolie-laide Francese = Bellezza brutta. Il sentimento che ti coglie davanti a una Stella Tennant o a Charlotte Gainsbourg. Ovvero, sulla carta è una mezza cessa ma la sua stranezza lascia parecchio spazio all’appeal.
нямам /ˈɲamɐm/ Bulgaro = non avere, o anche non esserci, ma in una parola sola.
nekama  Giapponese = uomo che si finge donna, ma solo nelle chat su Internet.
badkruka Svedese = persona che ci mette la lunghezza di una bibbia a entrare in mare perché ha freddo. (Pensavo di proporre ai dizionari di svedese di mettere una mia foto a illustrare il lemma, ma prima mi devo mettere a dieta.)

Le vere parole intraducibili

“Intraducibile” è in ultimo una forzatura, perché ogni cosa si può spiegare, anche a costo di 300 righe di nota a piè di pagina. Uno così ci ha scritto un romanzo.

Per un traduttore, una parola come lebensmüde (ted. = stanco della vita) è immediatamente intelligibile nella sua splendida icasticità. Le vere spine nel fianco sono le parole più comuni e indifferenziate. Penso di parlare in nome di svariati colleghi che traducono dall’inglese nel denunciare il nostro odio viscerale e profondo per boost. Per non parlare poi di enjoy!

Per spiegare il fenomeno, vi darò l’esempio di set, che, come dice Bill Bryson “in superficie sembra un monosillabo senza alcuna pretesa, l’equivalente di un organismo unicellulare. Eppure, set ha 58 significati come sostantivo, 126 come verbo e 10 come participio in funzione di aggettivo. I sensi che gli sono associati sono così numerosi e frammentari che l’Oxford English Dictionary impiega 60.000 parole – corrispondenti in lunghezza a un romanzo breve – per esaurirli tutti. Uno straniero può giustamente pensare che sapere il significato di “set” equivalga a conoscere la lingua inglese.” 2

OK, giuro che ho finito, e ora corro a vedere le news sul nuovo Nexus.


 

Questo articolo è tradotto anche in us.

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  1. La verità è che l’inuit è una lingua polisintetica quindi può aggiungere prefissi e suffissi a volontà alle due radici che stanno per neve.

  2. “Superficially it looks a wholly unseeming monosyllable, the verbal equivalent of the single-celled organism. Yet it has 58 uses as a noun, 126 as a verb, and 10 as a participial adjective. Its meanings are so various and scattered that it takes the OED 60,000 words—the length of a short novel—to discuss them all. A foreigner could be excused for thinking that to know set is to know English.” – Traduzione mia.

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

6 Comments

  1. Uh, forse tu mi puoi aiutare: da parecchio tempo cerco la parola tedesca che indica quando sali le scale, arrivi in cima e fai un altro passo, convinto che ci sia un ultimo scalino che invece non c’è. Hai presente, no, quel passo a vuoto? Ecco, quello. Aiutami, Vladina, sei la mia unica speranza (cit.).

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