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“Remote: Office Not Required” – Recensione

Da un paio di mesi con il caro D abbiamo lasciato il Molise, dove abbiamo vissuto negli ultimi quattro anni, per tornare a Roma, dove ora abitiamo il seminterrato sotto casa della mia famiglia allargata.1 Cambi di scena simili non hanno alcun impatto sul mio operato, poiché lavoro a casa. Questo significa che posso vivere ovunque esistano elettricità e Internet a banda larga – volendo, anche in un appartamento con vista sulla baia di Ha Long – a patto di avere chiaro che mentre mi trovo in Vietnam la maggior pare del mio lavoro avverrà tra le 15 e le 23, quando anche le mie controparti in Italia e nel Regno Unito ci danno dentro.

“Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del lavoro da remoto.”
– Semicit.

Per questo non resisto a titoli come Remote: Office Not Required (Remote: astenersi dal luogo di lavoro – in italiano non è stato ancora tradotto: forza, che aspettate a commissionarmelo?). È un libro di business sul lavoro da remoto scritto da Jason Fried e David Heinemeier Hansson, proprietari di 37signals, ovvero i Marx ed Engels del lavoro da remoto. Ho scoperto il loro lavoro con questo TED Talk, di cui vi avevo già parlato, che mi ha spinto a leggere ReWork, altro libro dedicato agli approcci imprenditoriali radicali nel difficile paesaggio lavorativo che ci è toccato in sorte (la lettura è ovviamente consigliatissima).

Assunto principale di Remote è che il lavoro da remoto sia il più fichissimo, poiché i grandi uffici pieni di esseri umani, rumori, interruzioni, colpetti sulla spalla e riunioni protratte sono una gran rottura di palle – il motivo principale dei problemi di produttività delle aziende. E non dimentichiamo che edifici e spazi di lavoro prevedono costi tremendi, sia per le aziende che per i lavoratori. Da quand’è che non chiedete all’ufficio di amministrazione ragguagli sulle vostre spese annuali in termini di affitto, hardware e software? Il risparmio sarebbe notevole anche per i dipendenti. Al di là delle statistiche, ecco il mio esempio personale: per raggiungere il mio ultimo luogo di lavoro, trascorrevo due ore al giorno nel traffico, al costo medio per la benzina di 250 € al mese/3000 all’anno. Non so a voi, ma a me sono venuti immediatamente in mente degli usi nettamente migliori per quei soldi (fotocamere e voli intercontinentali, ma voi andate dove vi porta il cuore).

Questi non sono che alcuni esempi a sostegno dell’adozione del lavoro da remoto, i cui vantaggi sono tantissimi, troppi rispetto agli svantaggi: insomma, non avete più scuse. Il tutto è servito in un’ottantina di capitoli leggeri e spiritosi (corredati di illustrazioni, per i più piccini).

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L’argomento è supportato più che adeguatamente da interviste e numerosi esempi significativi, trapiantando con successo nel cervello di chi legge l’idea che il lavoro non è un posto dove andare, ma una cosa da fare.

Un dettaglio che a me pare ovvio, ma che a quanto pare è sfuggito all’attenzione di più di un critico del testo, è da sottolineare: questo libro non è per tutti. È mirato ai professionisti che – grazie alle nuove tecnologie – non devono più (o devono raramente) trovarsi in un determinato luogo per lavorare, con particolare attenzione ai mestieri misurabili e orientati alla produttività (che guarda caso risentono di più di rumori e interruzioni). Quindi, sviluppatori software sì, medici no; graphic designer sì, cassieri bancari no; scrittori sì, lavoratori alla catena di montaggio no; telefonisti erotici sì, assistenti di volo no.

“Se non potete permettere ai vostri dipendenti di lavorare da casa nel timore che battano la fiacca senza la vostra supervisione, allora siete dei baby sitter, non dei manager, e il lavoro da remoto è l’ultimo dei vostri problemi..”2
 Jason Fried, Remote: Office Not Required

Principalmente, il pubblico ideale di questo libro è composto da manager e imprenditori recalcitranti che temono la perdita del controllo (illusorio) sulla forza lavoro, e da lavoratori che stanno prendendo in considerazione la possibilità di passare interamente o parzialmente al lavoro da remoto ma non hanno ancora riflettuto su pro e contro di tale scelta. Se invece questa realtà è la vostra vita da anni – come è il caso per la sottoscritta – allora conoscete già tutti i rischi e le gratificazioni trattate e difficilmente troverete qualcosa di nuovo, qui, oltre a un paio di dritte pratiche. Trascorrerete quindi tutto il tempo della lettura annuendo con la testa o citando parti del testo in modo commosso al vostro partner.

Quindi, per riassumere: più che guida pratica, si tratta di un manifesto. Suo scopo non è insegnare, ma rivoluzionare la mentalità. E questo per me non è necessariamente un suo limite: perché cercare di vendere qualcosa a qualcuno che l’ha già comprato?

“Da qui a trent’anni, con l’avanzare del progresso tecnologico, la gente guarderà al passato e si domanderà perché gli uffici siano mai esistiti.”3Sir Richard Branson, Remote: Office Not Required

Questo articolo è tradotto anche in us.

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  1. Resteremo nel seminterrato finché il caro D non si sia assestato nel suo nuovo universo lavorativo dilbertesco, o non l’abbia del tutto abbandonato, cancellando deliberatamente metà dei dati business-critical e pisciando nel server appena installato in un attacco di risa isteriche.

  2. “If you can’t let your employees work from home out of fear they’ll slack off without your supervision, you’re a babysitter, not a manager. Remote work is very likely the least of your problems.”

  3. “In thirty years’ time, as technology moves forward even further, people are going to look back and wonder why offices ever existed.”

3 Comments

  1. Pingback: Regali per traduttori | daniela vladimirova

  2. Pablus says

    Ottimi spunti di lettura.
    Perfetti per l’estate, sotto l’ombrellone in balcone O_O

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