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Il traduttore: istruzioni per l’uso

Dumb customers

Benché una grande fetta della mia vita lavorativa preveda contatti con agenzie di traduzione e project manager tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti, capita anche a clienti singoli di contattarmi per lavori estemporanei.

Agenzia di traduzione  Entità pagata dai traduttori affinché li sollevi da splendori e miserie dei rapporti diretti con i clienti.

Se il testo che avete bisogno di tradurre è al di sopra delle competenze di vostra cugina che una volta ha fatto l’Erasmus in Olanda (ovvero, se vi serve per farci cose importanti – magari lavorative – in cui le figure di merda non aiutano), un professionista è d’uopo. Prima di chiamare, però, sappiate che ci sono alcune cose che possono fluidificare incredibilmente l’esperienza.

Tariffe, specializzazioni, difficoltà

“Ho bisogno della traduzione di una ventina di pagine, quanto mi viene a costare?” non è un buon inizio di conversazione. Anzi, è la tipica domanda che causa i più misteriosi casi di esplosione dei capillari nella coclea.

Intanto, ora che siamo approdati al ventunesimo secolo veniamo pagati a parola sorgente, il che significa che devo prendere il vostro testo e contare le parole. Se proprio vogliamo, si può calcolare la tariffa anche a partire dal numero di cartelle (una cartella = millecinquecento battute inclusi gli spazi). È un po’ un modo di concepire la vita in termini di macchina da scrivere e font Courier, ma pazienza. Pagina è un termine che è opportuno dimenticare, per evitare che vi auguri di essere inceneriti in uno strano incidente col napalm.

In secondo luogo, per decidere la tariffa mi serve sapere di che si tratta, e con questo non intendo una generica valutazione della trasparenza linguistica o del valore letterario dei file che mi state spacciando (secondo le pie illusioni del cliente medio, infatti, un testo marketing è facilissimo e il manuale di un software invece è un parto podalico), ma un’indicazione oggettiva del contenuto, l’argomento. Quindi, evitate di dirmi “È una roba che basta un’oretta” o “Sicuramente sono cose che avrai già tradotto” o ancora “È un linguaggio molto tecnico”. Vanno benone invece: “È un contratto di licenza per il firmware per bollitori cinesi”, “È la Cronaca anglosassone riveduta e corretta”, “È un catalogo di nappe per tende”, “Comunicato stampa”, “Domanda di finanziamenti all’Unione Europea”…

L’argomento mi serve per capire se posso aiutarvi con le mie specializzazioni. I traduttori, infatti, non sono traduttori e basta ma si occupano di varie cose a seconda delle loro conoscenze e inclinazioni personali (alcuni esempi: banche, fisco, gemmologia, produzione d’armi, veterinaria). Io sono laureata in letteratura ma dal punto di vista professionale nasco come traduttrice tecnica, e ora mi occupo di traduzioni marketing per prodotti di elettronica di consumo, cinematografia, fotografia, informatica, hardware e software. Possiamo buttare dentro anche videogiochi, editoria, pubblicità, giornalismo, viaggi. Ecco perché, se mi chiedete di correggere le bozze per un file da 45 pagine che parla delle varie applicazioni della risonanza magnetica, non solo brancolo nel buio ma mi si attiva pure l’ipocondria latente, quindi sarò costretta a dirvi di no.

(Nell’ambito stesso delle traduzioni tecniche, la differenza tra specializzazioni è fondamentale anche in termini di stile. Un traduttore marketing/editoriale tende a cercare di rendere il senso senza fissarsi cocciutamente su determinati termini. Cosa che per il traduttore tecnico specializzato in manualistica è una vera e propria bestemmia, dato che costui è abituato a obbedire alla dura legge della consistency e a trovare costruzioni come “Fare clic sul pulsante Impostazioni, quindi fare clic su Modifica, infine fare clic su Salva” perfettamente accettabili.)

“Come in che lingua mi serve?

Il traduttore traduce sempre da una lingua straniera verso la propria lingua madre. Tradurre è anche un po’ scrivere, ed è raro che qualcuno conosca una lingua straniera in modo così istintuale da cogliere immediatamente ogni sfumatura e soprattutto saperla impiegare in produzione. Un parlante nativo conosce le collocazioni a menadito, il che vale a dire che traduce l’inglese pay attention con l’italiano prestare attenzione; conosce la differenza tra fare la festa e fare una festa; infine, sa che la vedova sarà pure triste ma nel comunicato stampa mettiamoci inconsolabile. In soldoni, questo significa che ci sono lingue che per me sono solo passive.

“Non mi serve il preventivo, preferisco il rapporto personale.”

Questa affermazione equivale praticamente a “non ti pago”. Sul preventivo c’è il numero delle parole, la tariffa a parola, i miei dettagli bancari, l’importo dell’anticipo e la data di consegna proposta, quale esattamente di queste cose non vi interessa? E il concetto di rapporto personale, se non siete mio fratello, a mio avviso deve sparire dalle conversazioni lavorative.

“I file mi servono per venerdì.”

Io non vado dal meccanico a dirgli “ti ho portato l’auto – il cambio è partito, ho consumato i dischi e il radiatore va in ebollizione a ogni semaforo – ma la voglio pronta per domani”, perché immagino che nel cervello del suddetto si formerà immediato il desiderio di menarmi una chiave inglese sulla corteccia motoria primaria. Tuttalpiù posso chiedergli la cortesia di accelerare la faccenda, sapendo che lui francamente se ne infischia della mia urgenza (in questi casi alcuni consiglierebbero di imparare a sbattere i ciglioni, ma qui scatta tutta una problematica di percezione del sé). Curiosamente, nell’immaginario delle mie controparti la data di consegna è invece sempre dopodomani.

Scenari

Mi mandate un’e-mail contenente i file da tradurre in un formato leggibile (la mia non è una richiesta esoterica perché a un certo punto dovrò tradurli, ne convenite?). Pensate che bellezza: se ho i file originali, posso perfino analizzarli con i miei software super-professionali e farvi uno sconto sulle ripetizioni. Io vi rispondo con un preventivo. In alternativa, se c’è un progetto urgente e vi serve sapere immediatamente la mia disponibilità, va bene anche una telefonata in cui mi riepilogate il formato del file, il numero di parole totale e l’argomento.
Mi telefonate e mi chiedete il prezzo per 35 pagine, da consegnare tassativamente entro lunedì mattina o vi scade il tender per un prodotto che determinerà la nuova rivoluzione nei mezzi di produzione. Se siete uomo, mi concedete la galanteria di flirtare con me e mi chiedete se possiamo “vederci per un caffè così mi spiegate”. Tipicamente a questo punto vi rispondo “ho bisogno dei file per vedere i contenuti effettivi ma quattro giorni sono quasi certamente insufficienti, soprattutto se si tratta di testi legali – magari è il caso di contattare altri colleghi e distribuire il lavoro senza perdere altro tempo”. Voi prima vi inalberate, tentando di sminuire la mia figura di professionista, poi scopro che vi aspettate che io venga a prelevare le stampe nel vostro ufficio sull’Aurelia, a 50 km da qui – ma va bene va bene, li farete scandire alla segretaria. Tre giorni dopo, mi arrivano 43 pagine scandite in PDF senza OCR, magari da originale manoscritto di una persona con evidenti problemi neurologici, che includono contratti, schede tecniche e moduli dell’UE in varie lingue. Tirate sul prezzo, vi rifiutate di pagarmi l’anticipo e a fine lavoro litigate con me per la fattura. Per l’ultimo batch di file sparite e rimaniamo con un sospeso di 200 euro che non vedrò mai più, ma la cosa non mi dispiace perché la vostra eliminazione dalla mia vita vale decisamente tale cifra.

Perché succede questo? Perché c’è tutto un sottobosco di persone che non hanno mai avuto a che fare con un professionista, che tendono ad affidarsi ai parenti disoccupati e quindi già l’idea di pagarmi a un certo punto dovrebbe essere, ai miei occhi, oro colato. Parole chiave, qui: “Ma come, ti ho dato del lavoro!” – visto che evidentemente il resto del tempo me ne sto a smaltarmi le unghie. Credetemi: quando fate così, se potessi, vi sputerei nei file.

Lettura consigliata: Il Bingo del preventivo, di Sara Lando.

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Sono nata in Bulgaria e sono cresciuta in Italia. Mi occupo di traduzioni e revisioni creative, pignole e attente alla qualità per importanti clienti internazionali. Vivo in Olanda con il caro D. Lavoro con l'inglese, l'italiano, occasionalmente con il bulgaro.

5 Comments

  1. Elena says

    Cara Daniela, come ti dicevo, le tue sono tutte parole sante, non una sola riga che non vada diritta al punto. Dall’amico che pensa di farti una favore dandoti del lavoro ma poi ci mette due anni a farti avere il materiale per intero (sto ancora spettando…), al ‘Tanto tu sei brava, cosa ci metti a tradurmi queste pagine (gratis, manco a dirsi)’ , fino al tasto dolentissimo del preventivo. E qui la piaga per me è ancora aperta, spalancata… In attesa di venir chiusa dall’avvocato… Parlo delle case editrici… Non ti chiedono un preventivo, ti dicono loro quanto intendono pagarti e ti mandano un contratto da firmare. Prendere o lasciare… E tutto va a gonfie vele, sono contenti a tal punto da commissionarti la traduzione di un altro libro… fino al momento in cui ricevono la fattura. Calcolata sulla base del contratto imposto da loro, ribadiamolo. Allora, tutt’a un tratto, il tuo lavoro non è più pubblicabile, è pieno di errori che si premurano bene di correggere con un italiano (o non italiano) che alle scuole medie la prof sottolineerebbe con la matita rossa e quella blu insieme, e tu ti metti le mani nei capelli nel vedere sei mesi di lavoro che vanno in fumo grazie alla penna di chi è convinto di saper tradurre (tanto cosa ci vuole, son capaci tutti).
    Ecco, scusa lo sfogo, ma volevo dirti che leggere i tuoi post suscita una sorta di mal comune mezzo gaudio che non ti fa sentir meglio, anzi tutt’altro, ma ti dice che qualcuno capisce come ti senti. Grazie e in bocca al lupo in mezzo agli squali!

    • Vladina says

      Cara Elena, capisco perfettamente. Solo che magari il feedback io lo ricevo prima (non dimenticherò mai la richiesta di scrivere “IL Photography Awards di quest’anno”, abbinato al classico atteggiamento tipo “ma come? non LO SAI?!”). Nel prossimo contratto, pretendi un anticipo 🙂 In bocca al lupo pure a te.

  2. Elena says

    Ovvio, perché gli altri sono bravissimi a dirti come fare il tuo lavoro…
    Dopo tutto, cosa c’è di tanto complicato?
    Grazie del consiglio, ci proverò, ma mi sa che rischio di meno a provare a tagliare le unghie alla mia gatta … ; )
    Posso chiederti solo un’ultima cosa? Tu fai parte di una di quelle associazioni di traduttori tipo AITI e via dicendo?
    Looking forward to you next post!
    E che il 2015 porti clienti meno assatanati!
    Elena

    • Vladina says

      Tanto se non accettano vuol dire che la proposta è in malafede 😉

      No, non sono iscritta ad AITI/ANITI, ma penso di farlo quanto prima. Intanto mi sono inguaiata perché mi sono reiscritta alla Sapienza per la magistrale e fino all’autunno sono out. Grazie per i commenti 🙂

  3. Elena says

    Non hai proprio tutti i torti!!!
    Ti chiedevo di queste associazioni perché io ero iscritta ma poi quando ho avuto bisogno non sono stati in grado di darmi una sola risposta… E dato che costano, mi chiedevo tu cosa ne pensassi.
    In bocca al lupo con lo studio allora … Io non so se ce la farei a riprendere!
    Grazie a te dei tuoi post tanto mirati e ben scritti!

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