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La revisione del cliente: il compito in classe reloaded

Se quando eravate al liceo o all’università l’attesa del risultato del compito in classe o dell’esame di filologia vi snervava, non dormivate la notte, volevate nascondere la testa sotto il piumone e avevate gli attacchi di panico, fatevi un favore e non mettetevi a fare il traduttore commerciale: è una vita nell’attesa della pagella, ma una pagella di quelle serie, pregne di responsabilità legali e di rischi di sputtanamento dietro ogni angolo, e non è proprio una cosa che fa per voi.

A volte ritornano

A differenza delle traduzioni editoriali, su cui prima della consegna finale si posano meno occhi (e mani)1, nell’universo delle traduzioni tecniche e marketing si assiste a un crescendo di figure che spulciano impietosamente i vostri file alla ricerca di errori. Alla semplice revisione da parte di un collega si aggiungono via via sempre più controlli di qualità: su tutto il testo o a campione, da parte di un rappresentante del cliente che in teoria si occupa di un qualche aspetto testuale – può essere l’ufficio stampa, o il reparto marketing – o di società terze. Con il risultato che dalla loro prima comparsa nell’email, i file che traducete seguono percorsi misteriosi che a volte durano mesi, e possono ricicciare da un momento all’altro, proprio mentre vi pensavate ormai al sicuro, per azzannarvi una chiappa.

Revisione numero uno: quella di chi traduce, punto esclamativo

In un mondo perfetto, un traduttore consegna al suo revisore un file già riletto e su cui ha passato i controlli per gli errorissimi: ortografia, grammatica, spazi, formattazione, numeri e punteggiatura. Questi sono gli svarioni più imperdonabili, concessi solo ai trainee che pensano di non fare errori mentre digitano, e per un periodo di tempo limitato, dato che basta un controllo al volo con un software qualsiasi per beccarli. In casi simili, ci sono le basi per il disonore perpetuo e per la restituzione dei file con richiesta di ritradurre (rincarando la dose con degli improperi, che però nel nostro mondo abbastanza edulcorato e smanceroso sono accompagnati da sorrisini: “Ora prendo l’aereo e vengo a strapparti il cuore 😀 😀 😀 !!!”).

Sempre nel suddetto mondo perfetto, la rilettura ha eliminato anche gli errori grammaticali al di sopra delle capacità dei software (i software sono stupidi): quelli semantici, stilistici, relativi al livello di formalità. Il traduttore si è fatto delle domande e si è risposto, oppure non si è risposto e a quel punto le ha rivolte a qualcuno: un language lead, un revisore, un project manager, il cliente stesso, il cugino, il fratello, la tartaruga.

La revisione numero due: la presa di coscienza di un mondo imperfetto

Noi viviamo però nel mondo vero, quello del fenomeno, in cui i siti di translation fail a perdita d’occhio ci hanno fatto ormai capire che l’errore è inevitabile. La seconda revisione è quindi un requisito standard nei contesti professionali. Tutti i file vengono riletti da un revisore. Punto.

Il secondo paio d’occhi, oltre a fare controlli di coerenza e di terminologia, spesso è quello più preparato ad acchiappare gli eventuali errori di leggibilità e di stile, che possono sfuggire quando si ragiona in termini di frase e non di testo e contesto più ampio. Mentre si traduce dall’inglese, è poi facilissimo distrarsi e rispecchiarne la struttura sintattica, tutta ridondanza, possessivi e frasi coordinate – una cosa che produce un italiano ridicolmente robotico e che grida ad alta voce ALT: TRADUZIONE! 

In teoria, finita questa revisione si è giunti a un livello di qualità che è quello concordato con il cliente (ce ne sono diversi, ad esempio comprensibile, pubblicabile o raffinato/elaborato), cui corrisponde ovviamente una tariffa.

I livelli di qualità sono, ahimè, astrazioni fantasiose: lasciati a se stessi, i clienti vorrebbero ovviamente pagare la tariffa per la traduzione automatica pretendendo poi contenuti marketing super elaborati o addirittura la transcreation, che è il copy-writing a partire da un originale in altra lingua. Che è un po’ come entrare da Tonino Lo Zozzone, pagare 10 euro la cena per due col vino e pretendere l’aragosta fresca e lo Chablis réserve.

A quel punto, i file possono partire come tanti piccoli aeroplanini, sfuggendo alle grinfie maniacali del vostro controllo.

Ora, trattandosi di una faccenda da cui non è possibile eliminare l’elemento umano, il feedback che potete aspettarvi può prendere varie forme, una volta che i messaggi volanti sono atterrati sulla soglia del cliente o dei suoi revisori in Italia, ma grosso modo generalmente si esprime secondo la seguente, ancorché sintetica, fenomenologia.

Tipi di cliente suddivisi per feedback

1. L’assente

Tutto va a gonfie vele, non si sente mai volare una mosca e quindi dici: “Accipicchia, sono così felici delle traduzioni che sono praticamente muti come pesci. Da tre anni.”

Di gran lunga il tipo più frequente, l’Assente è in realtà un po’ come il gatto di Schrödinger: non puoi davvero sapere come stiano le cose finché non apri quella scatola. Mi è capitato di avere clienti furiosi perché non ci mandavano una terminologia aggiornata da sei anni, aspettandosi tuttavia che seguissimo quella nuova in virtù di qualche misterioso processo di telepatia.

L’Assente dà segni di vita solo sotto forma di lamentela generalizzata sulla qualità che prende in esame i contenuti tradotti in 5 anni. Lamentela che in breve tempo si trasforma in un caso internazionale.

Ovviamente, i revisori del cliente spesso hanno un lavoro a tempo pieno a cui dare la priorità, e non possono dedicare più di tanto attenzione ai vostri file, questo è chiarissimo. Ma vale la pena pingarli, insistere per ricevere le correzioni per evitare di continuare a lavorare all’oscuro, in compartimenti stagni. Il rischio è di consegnare per anni migliaia di file tradotti sempre allo stesso modo, provocando tanta di quella frustrazione che quando arriva il momento di parlare a tu per tu vi tocca gestire quantità di bile da B Movie anni ottanta.

Come per i matrimoni dei vecchietti in televisione, il segreto di ogni rapporto è la comunicazione: o quella, o i raptus omicidi. A voi la scelta.

2. Il puntiglioso

È un sinonimi e contrari che cammina: vede scritto “commenta” e lo sostituisce con “afferma”. E viceversa. Ti segni diligentemente le sue preferenze così la volta dopo le riusi, pensando “Se ha speso del tempo per scrivermi queste cose e mandarmele, vuol dire che ci teneva particolarmente a usare questi termini, meglio tenerne conto”. Poi, alla revisione successiva, ricambia tutto da capo.

In genere, queste revisioni si caratterizzano per una quantità straordinaria di modifiche completamente insignificanti. Armatevi di pazienza, e cercate di evitare di aprire la finestra e buttare i dizionari in strada. Suppongo che questo tipo di persona derivi qualche forma di conferma del suo valore dal numero di modifiche che apporta, è un po’ una causa persa. Non prendetela sul personale, ma chiedete piuttosto che questi giochetti al micromanagement vi siano pagati a parte, se possibile, e vivete felici.

3. L’emotivo

Lo riconoscete perché usa un linguaggio offensivo e scrive in copia mondo per esporre il tuo crimine: hai usato “brillante” al posto di “splendente” (i termini sono ovviamente inventati). Peccato che “brillante” o “splendente” non sono errori, ma semplici preferenze.

Stiamo calmi. È solo il cliente gabbiano: c’era del guano da scaricare da qualche parte e quel giorno – checculo – è toccato proprio a te. L’Emotivo non è molto preciso, generalmente va di fretta, ma il tuo problema più grosso con lui è sicuramente l’arroganza. A volte chiede di inserire modifiche grammaticalmente errate, o che non seguono la guida di stile della sua stessa società (che però ti paga, quindi bada a chi dai retta). Capita che il suo italiano vari di molto rispetto allo standard condiviso dalla comunità dei parlanti (un problema frequente, devo dire, poiché i centri produttivi del paese come sapete sono in luoghi geograficamente lontani dall’italiano standard). Quando glielo fai notare, però, fa partire il braccio di ferro in difesa della sua scelta – qualunque cosa pur di non cedere di un passo. È il paladino delle scelte sbagliate: “Fotte sega se nelle altre quindici regioni d’Italia si dice ‘cacare’, io lo voglio con la ‘g’ perché pur di non dire che hai ragione tu preferisco urtare i sentimenti di una quarantina di milioni di potenziali acquirenti.”2

Il cliente ha ragione solo se ha rispetto ed educazione

Ho notato che questo spesso avviene con chi ha meno frecce al suo arco: chi si accanisce con rabbia e sgarbi a volte lo fa a copertura di una struggente insicurezza di fondo. Questa tipologia sa essere davvero frustrante, ma ricordate: il cliente ha ragione solo se ha rispetto ed educazione. Contate fino a diecimila e, se serve, rivolgetevi a un manager o a un responsabile per un po’ di supporto morale.

L’unica via d’uscita, in questo caso, è cercare di spiegare pazientemente all’Emotivo che il feedback generico non serve a nulla. Vi deve mandare degli esempi di errori e spiegarvi come voleva fossero tradotti. Vi deve rivedere la terminologia. Vi deve spiegare quello che vuole, ma bene, e non con formule in aziendalese tipo “lo voglio più fashion!” che sembrano uscite dritte dritte da un generatore automatico di stronzate.

4. Il Don Chisciotte

Non riesce a capacitarsi che le comunicazioni debbano essere coerenti in tutti i paesi e vorrebbe cambiare la voce della sua azienda su un solo mercato: il tuo. Non corregge le traduzioni, le riscrive – sticazzi3 dell’equivalenza, siamo creativi per la miseria.

Premettendo che l’italiano è mediamente più formale dell’inglese, e allo stesso tempo meno enfatico (se cercate, troverete che facciamo la radice quadrata di “amazing” e di “exciting” nelle traduzioni) – e che quando si localizza si tiene conto di tutto ciò – la perdita dell’equivalenza tra sorgente e traduzione può causare problemi legali per un traduttore. Dato che ci sono degli standard ISO da rispettare e che io stessa sono sottoposta a controlli, questo genere di comportamento – anche se a volte può essere giustificato – non lo posso condonare: l’unica è invitare il revisore del cliente a rivolgersi alla sua nave madre e lasciare che se la vedano tra loro, magari assumendo degli altri copy se è vero che il testo sorgente è così inappropriato.

5. Il cliente educato e competente

Esiste, ve lo giuro! Ne ho incontrati diversi: sanno che non esistono traduzioni a prova di proiettile e che la natura stessa della lingua fa sì che una frase possa esser resa in un gran numero di modi, tutti diversi eppure equivalenti. Sa che stile e vocabolario variano da persona a persona, e nelle chiacchiere che scambia con voi fornisce una guida e un feedback costruttivo e competente, spiegandovi su cosa vorrebbe che si calcasse la mano, quale messaggio sottolineare, quale struttura favorire, quale sproloquio sgonfiare. Via via che collaborate diventa sempre meno necessario farlo. Ci sono ovviamente momenti di emotività, che però non minano il rapporto. Ah, quando vi capita, il cliente competente vi aiuta a diventare professionisti migliori.

6. Il revisore di terze parti

In teoria, è un traduttore e quindi ha una migliore conoscenza della lingua sorgente e di quella di arrivo. Non ha varietà d’uso idiosincratiche e ha dimestichezza con l’italiano standard nella sua forma scritta. Direte: una pacchia, no? Purtroppo, non sempre.

Spesso tocca fare un po’ i conti con il settore di provenienza del revisore di terze parti. Se ha un background tecnico e deve rivedere un file marketing, dirà “la traduzione è troppo libera: nel source c’era una parola per tre volte e nel target è stata trasposta una volta sola”. Certi traduttori tecnici sono sostitutori meccanici di parole. Un esempio frequente, tratto dalle traduzioni marketing degli account di elettronica di consumo: “in questa frase la parola ‘music’ è stata tradotta due volte con un termine diverso: un errore terminologico grave”.

Ci sono anche quelli che provengono da un contesto editoriale o letterario e che vengono prestati alle revisioni tecniche. Sono quelli che segnano come errore stilistico frasi da manuale software come “Fare clic sulla colonna CA con il tasto destro del mouse” perché contengono allitterazione, niente meno. Loro erano lì che preparavano la versione riveduta e corretta con testo a fronte de La battaglia di Maldon con la statuetta di Tolkien sulla scrivania e siete arrivati voi con il vostro file: cerchiamo di capirli e di non desiderare di strozzarli con le loro stesse budella.

Scherzi a parte, capita anche a me di lavorare come revisore di terze parti e immagino l’odio.

Gestire il feedback

Come sopravvivere a questo stress?

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Il mio primo consiglio è: mettiamo da parte l’animosità, davvero, in ogni fase della revisione, di contenuti nostri o altrui. Perdere la testa non serve mai a nulla e non dovrebbe avere spazio nel mondo professionale. (In Italia è difficile, essendo che è il paese drammatico e animoso per definizione, e negli uffici ancora di più: ma io v’ho detto la mia, poi voi fateci ciò che volete.)

Il mio secondo consiglio rielabora l’antica sapienza oracolare in chiave moderna: “know your shit”, ovvero, imparate il vostro cazzo di mestiere. Dico nello specifico: cos’è la traduzione se non linguistica applicata? Disporre delle basi o almeno della terminologia della disciplina è più che utile per gestire le obiezioni in maniera informata: non c’è miglior modo per difendere il vostro lavoro. Compratevi dei libri e consultateli in caso di dubbio: io ho studiato con Serianni e De Mauro e per me i loro libri sono oro colato, ma sono certa che potete trovare fior di testi lì fuori: l’importante è che siano figure autorevoli e non il blog domenicale di un grammar nazi improvvisato.4

Il mio terzo consiglio, che spesso do anche a me stessa, è: imparate ad accettare le critiche senza che il vostro essere vada in frantumi per questo. Gestire le obiezioni è cosa buona e giusta, ma certe volte la critica è legittima e sulle prime si fa fatica ad accettarlo. Rassegnatevi: esistono degli errori meno manifesti, che a caldo possiamo rifiutare bollandoli come preferenziali. Mentre in ogni caso si può intervenire sulla gravità, impariamo anche ad ascoltare. Un cliente con un buon senso linguistico e una buona conoscenza del messaggio che vuole trasmettere può insegnarvi tantissimo. E ora preparatevi che vi dirò una cosa da appuntarvi da qualche parte: non siete Gesù, c’è sempre qualcosa che potete imparare per migliorarvi, quindi abbassate un po’ la guardia e vivete più sereni.

Il mio quarto consiglio è: imparate l’arte del negoziato. Segnalate quando un cliente ha pretese eccessive, fate delle concessioni dove potete, siate fermi su altri punti. Se una frase non è che un miglioramento ma è segnata come errore, non respingetela ma chiedete che si cambi la categoria o la gravità. Se una correzione non è accettabile e avete gli argomenti per contestarla, sappiate che in molti casi avete voi l’ultima parola. Imparate le preferenze di un cliente e usatele, non potete capire quanto possono fare le piccole cose.

Il mio ultimo consiglio – e poi giuro che ho finito il pippone – è: non sottovalutate l’elemento umano. Non siamo alle medie, non dobbiamo seguire quello che dice la maestra o è tutto vano: siamo degli adulti quotidianamente impegnati a costruire dei rapporti. Certe volte semplicemente ascoltare le frustrazioni di una persona, o spiegarle come funziona la traduzione e cosa siete pagati a fare, può fare moltissimo. Se tanto temete l’avvento delle macchine nei vostri settori (ma il lavoro del medico è più seriamente minacciato di quello del traduttore, sappiatelo), allora siate voi più elastici e comportatevi come esseri umani, per la miseria.


Hey, venite a dire ciao su Snapchat: @lavladina


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  1. Ma molti di più dopo la pubblicazione: la critica della traduzione è diventata un filone attualissimo nel giornalismo moderno.

  2. Ovviamente – serve dirlo? – anche qui l’esempio è inventato.

  3. Qui nel suo senso filologico di “non me ne importa niente”, e non di “wow”.

  4. Mi spiace, ma qui come altrove uno non vale uno.

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